Rivelate le linee guida del piano industriale che dovrebbe «risanare» le Ferrovie
Biglietti più cari e 10.000 licenziati
Francesco Piccioni
Mauro Moretti va all'attacco dei ferrovieri, usando come arma i pessimi conti che l'azienda - grazie alle gestioni di Giancarlo Cimoli prima e di Elio Catania poi (ma anche dello stesso Moretti, fino a poco fa a.d. di Rete ferroviaria italiana) - ha accumulato nel corso dell'ultimo decennio. Due miliardi di euro, pesati fra l'altro sui conti dello stato ai fini della finanziaria.
Il «piano industriale» discusso in dicembre, e presentato ora al governo, prevede un aumento delle tariffe del 10% a partire da ottobre, che si va a sommare all'altro 10% di aumento entrato in vigore dal primo gennaio. Per gli anni a venire si prevede poi un incremento annuo di un altro 5%. Dagli aumenti - giurano i dirigenti di Fs - sarebbero esclusi i treni usati dai pendolari (regionali e interregionali), nonché gli espressi notturni per i collegamenti a lunga distanza (soprattutto dal sud). Ma non è nemmeno vero: l'aumento sarà qui nell'ordine del 3,5%, mentre per eurostar e alta velocità potrà raggiungere il 15%. Il 10% è insomma una media tra tutte le tariffe. Gli obiettivi di «produzione» puntano a un +3% di traffico nei segmenti più importanti (e più redditizi).
Questa ennesima stangata - al livello ancora di proposta - porterà ai bilanci benefici stimati in 130 milioni annui. Non molto, se si guarda al «buco» in essere. Anche perché, sul piano commerciale, le tratte più redditizie (quelle servite con eurostar e alta velocità) soffrono la concorrenza del trasporto aereo low cost; da notare, in proposito, come con dubbia «astuzia» Fs abbia posto fine all'esperienza dei «treni ok» a 9 euro.
Torna pertanto l'allarme sull'altra leva in mano a Moretti per perseguire il «risanamento» dei conti: i licenziamenti di massa. Una ventina di giorni fa l'amministratore delegato aveva parlato di almeno 10.000 «esuberi» in un'azienda che il 15 anni è passata da 220.000 occupati agli attuali 95.000. Di questi, 3.500 dovrebbero esser messi fuori entro quest'anno. Dopo una prima sfuriata iniziale tutti e sei i sindacati firmatari di contratto (Cgil, Cisl, Uil, Orsa, Fast, Ugl) hanno messo la sordina alla polemica. Nelle ultimeore, però, il segretario del Fast (un piccolo sindacato «autonomo») ha rotto il silenzio rivelando che l'azienda sta puntando a imporre l'«agente unico», ossia un solo macchinista in cabina di guida.
Due conti, a questo punto, è facile farli: i macchinisti sono un po' meno di 14.000. La metà di loro, nei conti di Moretti e del presidente Innocenzo Cipolletta (un tandem «inquietante», si sarebbe detto una volta: uno ex segretario della Filt-Cgil, l'altro ex direttoredi Confindustria), dovrebbero prendere la porta. Lo stato dei conti dell'azienda e della stessa Inps, però, fa pensare che un ricorso così massiccio agli «ammortizzatori sociali» rischi di essere improponibile.
Immediata la risposta dei lavoratori, anche in assenza - o forse proprio a causa dell'assenza - di reazioni chiare da parte sindacale. L'Assemblea dei ferrovieri - che prosegue l'esperienza iniziata con il Coordinamento dei delegati rsu/rls, nato all'indomani della strage di Crevalcore - discuterà il prossimo 13 marzo iniziative di lotta per impedire che le misure preannunciate vadano avanti. «Siamo pronti a scioperare ancora in modo autorganizzato, se sarà necessario, per la sicurezza, contro i 10.000 esuberi e il macchinista unico». Anche perché «riteniamo che non ci siano assolutamente le condizioni di sicurezza per far viaggiare in Italia treni con un solo macchinista», anche a prescindere dalle considerazioni «sull'occupazione, che certo non sono secondarie». In ferrovia, dnque, il management del centrosinistra sta per far esplodere il conflitto ed esasperare «la clientela» esattamente come fece quello berlusconiano. O di più. Complimenti.