Sfida al governo
Non è più credibile
Sulle
pensioni «nessuno scalone o scalino»: i segretari di Cgil, Cisl, Uil
presentano il loro «documento» politico
Carla
Casalini
Una mossa
politica d'impatto. I segretari generali di Cgil, Cisl, Uil si sono
presentati ieri a Roma, in una conferenza stampa appositamente
convocata, per produrre il loro evento. Due ore (a casa Cisl)
dedicate da Epifani, Bonanni e Angeletti a illustrare e spiegare ai
giornalisti il «documento unitario» elaborato la notte prima su
pensioni, lavoro, welfare: con la sottolineatura che «noi, dopo anni
in cui siamo stati divisi, oggi siamo uniti e pronti con la nostra
proposta per sederci ai 'tavoli di concertazione' annunciati dal
governo... sol che il governo sia in grado di fissare una data
d'inizio».
Ed è sul governo che non si risparmiano le frecciate a voce - più
sibilline e paludate viceversa nel documento scritto.«Ogni giorno si
alza un gallo a cantare», esordisce il leader della Cisl Raffaele
Bonanni; «noi non sappiamo ancora quando, né su quali materie si
apriranno i 'tavoli', ma se il governo non saprà presentarsi con una
proposta unitaria non ci sarà nessun negoziato», aggiunge Guglielmo
Epifani, con l'avvertimento: «il sindacato non starà fermo». Il
segretario della Uil Luigi Angeletti per parte sua sidedica ai
troppi «appelli» che invocano la «concertazione» come mezzo perché
il sindacato si 'sacrifichi' in nome della 'crescita'». Insomma, il
succo è: adesso che c'è un po' di «ripresa» il sindacato deve andare
all'incasso chiedendo che qualcosa vada a salari, pensioni, redditi
sociali.
Una posizione ovvia di ogni sindacato, il porre rivendicazioni
quando l'economia ricomincia a 'tirare': ma non è mancata ieri
qualche autocritica dei leader sull'essere stati troppo supini in
questi anni, contribuendo all'«arenarsi dell'Italia».
Il dato politico significativo comunque è principalmente uno: i
sindacati , a differenza di come si sono mossi rispetto alla
finanziaria, oggi fanno capire che di questo governo non si fidano
più. Fino a ventilare l'ipotesi di uno sciopero generale - «non
staremo fermi».
Ma qual è il merito del «documento unitario», ottenuto con
mediazioni fra le tre confederazioni fino a un «compromesso alto», a
loro dire? E' un testo che sembra un programma di «controgoverno
sull'Italia» - dalle pensioni al federalismo fiscale, dalla
contrattazione ai bilanci degli enti locali e alle loro «tasse», dai
redidti bassi da alzare ai nuovi sconti fiscali alle imprese - dopo
il regalo del «cuneo» - perché si convincano ad accettare lavoro più
«regolare». Da un documento che vola su tutto è difficile capire
quale «mandato» i sindacati intendano ottenere dai «lavoratori» che
consulteranno, insieme ai pensionati, dopo gli esecutivi di lunedì
prossimo.
Sulle pensioni l'affermazione è che lo «scalone» dell'ex ministro
Maroni - l'innalzamento dal 2008 delle pensioni da lavoro, ossia di
«anzianità», ai 40 anni di età dei richiedenti - va rifiutato. A
quanto pare - il più deciso Angeletti, il più 'problematico' Bonanni
- non si accettasno in partenza neppure gli «scalini» da ultimo
riproposti dal ministro diessino Damiano: ossia non si accetta un
obbligo «per tutti» di innalzare l'età di lavoro; né si accetta di
cambiare i «coefficienti» rispetto all'allungamento della vita, che
danneggerebbe giovani e donne. C'è da notare, su questo, che giovani
e donne furono già colpiti nel '95 con la 'Riforma Dini' che li
penalizzò, relegando nel più svantaggioso «sistema contributivo» chi
all'epoca poteva vantare meno di 18 anni di contributi versati: e
quella «riforma», sponsorizzata dai sindacati confederali, ebbe
purtroppo il sostegno del voto maggioritario dei lavoratori - tranne
il No dei metalmeccanici.
Angeletti dichiara che le confederazioni vogliono tornare alla
«riforma Dini»: limite minimo per la pensione di anzianità, 57 anni
d'età e 35 anni di contributi versati: un connubio, sostengono i
sindacati, che nella realtà già ben pochi possono raggiungere, e al
di sopra ci sia la scelta volontaria dei singoli di stare
eventualmente di più al lavoro, godendo di «incentivi». In questo
schema sparisce anche la necessità di considerare a parte i «lavori
usuranti», in quanto chi deve e vuole andare in pensione a 57 anni
può farlo. E basta.
Ciò che perplime nella sortita dei sindacati è che non si capisce su
quali «priorità» metteranno la loro 'fermezza'. A partire da quella
«contrattazione aziendale sulla produttività» su cui Cgil e Cisl
oggi hanno trovato un punto di mediazione rispetto alla precedente
contesa sul «mutamento» o meno del peso dei copntratti nazionali.
Ancor prima stupisce che il documento unitario si apra sulla
sponsorizzazione della «crescita» dell'economia - il «lavoro»
essendone solo uno dei 'paragrafi' - e sull'apprezzamento del
governatore di Bankitalia Draghi. E confuso appare il ragionamento
dei leader sindacali: la «crescita» riparerebbe inffatti
l'allargamento delle «disegaglianze sociali» prodotto in Italia dal
«ristagno» dell'economia dovuto alle «politiche liberiste». Peccato
che poi gli stessi segretari appoggino la necessità della
«crescita», sul gap da colmare rispetto ai migliori risultati
raggiunti «dall'economia Usa»: ma anche negli Usa - in presenza di
buona «crescita» - si è allargata la forbice sociale. Dunque la loro
premessa non regge alla logica delle «politiche liberiste» del
capitale.
|