Amianto, sentenza anticipa la pensione
E' stato riconosciuto a sette operai sassaresi il diritto a lasciare il lavoro sette anni prima. L'azienda produceva vernici: i lavoratori non hanno avuto conseguenze fisiche, ma godono lo stesso del beneficio
Costantino Cossu


Sei operai che, dal 1975 al 1992, hanno lavorato a contatto con l'amianto si sono visti riconoscere il diritto ad andare in pensione in anticipo di 7 anni. Due sentenze, una del giudice del lavoro e l'altra della corte d'appello di Sassari, destinate probabilmente a fare giurisprudenza, hanno dato ragione, contro l'Inps, a sei dipendenti della Apsa di Alghero, un'azienda che produce vernici. Pur non avendo riportato conseguenze fisiche, i sei possono andare in pensione prima. I giudici hanno riconosciuto il diritto al beneficio previdenziale, ovvero all'anticipo rispetto alla scadenza normale, previsto dalla legge 257 del 1992, che vietò l'uso dell'amianto. La 257, infatti, stabilisce anche la moltiplicazione, per un coefficiente pari a 1,5, dell'intero periodo lavorativo ai fini pensionistici per chi ha lavorato a contatto con la micidiale sostanza.
«Fino agli anni Novanta - spiega l'avvocato dei sei, Alessandra Murtas, dell'Inca Cgil - alla Apsa l'amianto veniva usato come riempitivo delle vernici». Entrava cioè come componente normale nella lavorazione dei prodotti. «I dipendenti - scrive nella sentenza il giudice del lavoro Alessandra Lucarino - provvedevano ad accatastare negli scaffali del deposito i sacchi dentro i quali l'amianto in polvere arrivava in fabbrica. I sacchi venivano aperti e le polveri prelevate con la sassola, pesate e versate nei miscelatori». «A questo punto l'impasto veniva frantumato e le polveri si diffondevano nell'ambiente di lavoro, depositandosi - ricorda il giudice - sulle tute degli operai». Solo nel 1985 l'Apsa ha installato un impianto di aspirazione. Poi, dopo la legge antiamianto, la bonifica dello stabilimento, che si è conclusa nel 2000.
«Abbiamo recuperato - ha raccontato l'avvocato Murtas al quotidiano sassarese La Nuova Sardegna, che ha dato in esclusiva la notizia - le bolle di accompagnamento delle partite di amianto acquistate dalla società. Ma siamo riusciti anche a ricostruire i componenti delle vernici che all'epoca venivano prodotte dalla Apsa. I materiali contenevano altissime percentuali di fibre di crisotilo, crocidolite e antofillite in forma di polveri e confezionate in sacchi di carta e di plastica soggetti a rotture». «Inoltre - scrivono i giudici - sia il trasporto che lo stoccaggio, sia la pesatura che il versamento nelle miscelatrici avvenivano a mano o con strumenti rudimentali, senza che vi fosse alcuna protezione valida per le vie respiratorie». «L'esposizione alle fibre di amianto - precisa il giudice Lucarino - era estesa a tutti i dipendenti che lavoravano nella struttura Apsa. Tale esposizione è durata dall'insediamento dell'Apsa, nel dicembre 1975, fino all'entrata in vigore della legge 257 che stabiliva la cessazione dell'impiego dell'amianto». Ed è stata, l'esposizione all'amianto, superiore ai valori concessi dalla legge. Una consulenza tecnica ha verificato che dal '75 al '92 all'Apsa la concentrazione di polveri nocive era 10 volte superiore a quella stabilita dalla legge.
L'Inps chiedeva che a pagare i 7 anni di pensione anticipata fosse anche l'Inail. Ma secondo i giudici «il soggetto obbligato ad attribuire il beneficio previdenziale è solo l'ente detentore della posizione contributiva e pensionistica del lavoratore che agisce in giudizio». Nel caso specifico, l'Inps.