La «flessibilità»
di Damiano, ma senza «distorsioni»
Il
ministro del lavoro ipotizza una durata massima di quattro anni per
la precarietà contrattuale; con qualche ammortizzatore
Francesco
Piccioni
«Bisogna
pensare se sia opportuno sostituire lo scalone, innalzato in una
notte dal governo di centrodestra, con degli scalini più morbidi».
Il ministro del lavoro Cesare Damiano ha chiosato così la sortita
della Corte dei conti a favore dell'innalzamento dell'età
pensionabile. Ma da sinistra gli si potrebbe facilmente ricordare
che c'è ben poco da pensare: l'abolizione dello scalone (non la sua
«sostituzione») era scritta a caratteri cubitali nel programma
elettorale dell'Unione. Basterebbe rispettare quell'impegno.
Il contesto in cui Damiano ha parlato era quello del convegno
organizzato da Legacoop - un mondo «fortunato», quanto a stabilità
del posto di lavoro, anche se non proprio perfetto: sui 52.800
occupati l'86% ha un contratto a tempo indeterminato - e ha colto
l'occasione per dirsi contro l'«eccesso di flessibilità» che
«distorce anche la concorrenza». Damiano, sul tema della precarietà,
sta da tempo coltivando una posizione «centrista», in linea con i
«riformisti» della maggioranza. E il discorso di ieri ha chiarito
ulteriormente l'orizzonte entro cui si va muovendo: «non sono
assolutamente contrario al lavoro flessibile», perché «non possiamo
pensare di tornare a vecchie rigidità», ma «anche se «capisco che
un'azienda voglia provare per quattro anni una persona, dopo ci deve
essere la stabilizzazione».
Quattro anni di contratto precario. Questo il limite temporale che
il governo promette alle aziende. Certo un po' meno dei «nove anni
di incertezza» testimoniatigli da una hostess dell'Alitalia, ma
assai più dei «quindici giorni» in uso ai bei tempi della «rigidità
operaia».
Anche sulle forme contrattuali «atipiche» Damiano non lascia spazio
a fantasie «riparatrici»: istituti come il contratto a progetto e il
contratto a termine saranno mantenuti, ma «eliminandone gli effetti
distorsivi», ossia la «reiterazione all'infinito», limitando a
quattro gli anni di «prova» surrettizia così ottenuti
(l'apprendistato, in effetti, è un'altra forma contrattuale già
esistente). Si vuole imitare Zapatero, insomma, ma in uno dei suoi
passaggi meno brillanti.
I risultati prodotti da questi primi mesi di governo vengono
ovviamente definiti «confortanti», e indica non a caso il settore
dell'edilizia - il più martoriato dalle morti sul lavoro - dove in
quattro mesi sono stati sospesi 518 cantieri e ben 300 sono stati
chiusi, con l'«emersione» di 40.000 lavoratori (una goccia nel mare
dei 3,5 milioni di dipendenti «in nero», ammette anche Damiano).
Ma anche qui si pensa di procedere favorendo un «processo di
naturale stabilizzazione del mondo del lavoro», senza strappi (ossia
nuove leggi che azzerino il disastro provocato da Berlusconi e
Maroni). Il metodo resta quello concretizzato con la finanziaria:
incentivi (come la riduzione del «cuneo fiscale») per le imprese che
trasformano posti precari in occupazione stabile. E se dopo quattro
anni quel lavoratore non vi piace, beh, potete sempre cambiarlo
(domanda: cosa accadrà del lavoratore licenziato dopo tre anni e
mezzo di «flessibilità»? ricomincerà da zero in un'altra azienda o
si porterà dietro la sua «anzianità di precario», risultando così
inassumibile se non in pianta stabile?).
L'unica concessione al tanto bistrattato welfare arriva con
l'accenno alla necessità di introdurre - ma non è la prima volta che
viene spiegato - «ammortizzatori sociali» anche per le piccole
imprese e il lavoro «non standard». Ma «senza che si trasformino in
assistenza mascherata», ci mancherebbe.
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