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l'opinione
Kosovo,
l'Occidente torna a fare disastri
Giulio Marcon
Per gli
storici le guerre nei Balcani hanno avuto origine in Kosovo e lì
sarebbero finite. Basta che in Kosovo non ricomincino. E' il timore
che nasce alla presentazione a Vienna del rapporto (ancora
«segreto») dell'inviato Onu, Martti Ahtisaari, al Gruppo di contatto
(Usa, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia e Russia) che -
unilateralmente, senza il consenso del governo serbo - prefigura
l'indipendenza della attuale provincia serba e che domani presenterà
a Belgrado creando scompiglio mentre si decide il nuovo governo.
Si tratterebbe (al condizionale, perché le conclusioni del rapporto
dovrebbero diventare una risoluzione del Palazzo di Vetro a fine
marzo) del riconoscimento di un nuovo stato su base etnica, che non
dà alcuna garanzia - riconoscono gli stessi paesi occidentali - del
rispetto delle minoranze etniche. La Nato appoggia il rapporto e la
Russia si oppone. D'Alema si barcamena e parla di «delicata
situazione» e afferma che «ci sono dei rischi di destabilizzazione
da non sottovalutare». Rischi che sarebbe stato meglio non
sottovalutare anche nel marzo del 1999 quando l'allora premier
appoggiò un intervento armato non autorizzato dall'Onu, fuori dalla
legalità internazionale e che ci ha portato alla delicata situazione
attuale.
L'eventuale indipendenza del Kosovo sarà non negoziata e non
consensuale e oltre a scatenare una reazione, dai contorni non
prevedibili della parte serba (sia in Kosovo che in Serbia)
aprirebbe un vaso di Pandora di amare sorprese. Il leader della
Republika Srpska, il moderato Milorad Dodik, è pronto a rivendicare
il diritto di separarsi (e magari di unirsi alla Serbia) dalla
Bosnia Erzegovina, gli albanesi di Macedonia (un quarto della
popolazione) sarebbero spinti alla secessione che promettono da
tempo. E la Russia di Putin si sentirebbe autorizzata a sostenere
tutte le secessioni di regioni russofone (Abkhazia e Ossezia del Sud
in Georgia, Transinistria in Moldova, ecc.) di altri paesi, oggi in
conflitto con i governi autoctoni. L'effetto domino dai Balcani al
Caucaso è assicurato.
E forse anche all'Unione europea: un caso tra tutti, quello dei
baschi, in Spagna, che sarebbero invogliati a richiedere un eguale
trattamento. In compenso altri paesi che rivendicano il
riconoscimento della propria statualità vengono tenuti in sala
d'attesa per decenni: vedi la Palestina o il popolo Sahrawi. La
politica dei «due pesi, due misure» è un classico di una
idealpolitik (tutta, a parole, diritti umani e democrazia) a
geometria variabile, spesso solo ipocrisia e paravento di una
realpolitik fondata sui rapporti di forza.
Stupisce del rapporto di Ahtisaari l'assoluta schizofrenia tra
principi e realtà. Si dichiara di volere una soluzione negoziata
(con Pristina e Belgrado) e poi la si vuole imporre a Belgrado in
modo non negoziato (un po' come andò a Rambouillet, prima della
guerra del 1999). Si pone come condizione, per il riconoscimento
dell'indipendenza del Kosovo, l'esistenza di accettabili standard
per il rispetto dei diritti umani e le minoranze ma - verificato che
questi non ci sono - si intende procedere lo stesso sperando che in
futuro le cose possano cambiare. Si invoca il principio della
multietnicità, ma ci si avvia a riconoscere uno stato monoetnico. E'
una storia, già vista dal 1991 quando, invece di difendere la
multietnica della Jugoslavia, l'Europa preferì appoggiarne lo
sgretolamento su base etnica. Ci sono alternative per il Kosovo?
Alcuni, come l'Osservatorio su Balcani, hanno fatto la proposta -
importante, su cui lavorare - della prima «Regione d'Europa» con un
suo status particolare. Ma c'è un nodo di fondo: se si dice che
serve il consenso, allora bisogna negoziare e negoziare senza
imposizioni frettolose e senza ultimatum. Se si affermano i principi
della multietnicità e dei diritti umani, allora nessuno stato può
essere riconosciuto finché non li rispetti. L'Europa e l'Onu sono
ancora prigionieri degli errori fatti nei Balcani negli anni '90.
Non bisogna farne altri. Una politica per Balcani non può essere
fondata su nuovi stati etnici e nazionalismi, ma su politiche di
pace, integrazione e cooperazione che riposano sul rispetto dei
diritti umani, delle minoranze e la rinuncia all'uso della forza.
Valgono per tutti. E senza cedere a nuovi ricatti.
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