La meritocrazia, un'arma contro
il lavoro
Alberto Burgio
È scoccata l'ora della
meritocrazia. Dobbiamo rallegrarcene? O moltiplicare le nostre
difese?
Merito è la nuova parola d'ordine di chi decide l'agenda della
politica nella seconda era prodiana. Confindustria e Corriere della
sera hanno scatenato la guerra contro il pubblico impiego, descritto
come una massa di parassiti (i «nullafacenti» del professor Ichino).
E contro l'Università pubblica, parimenti rappresentata come un
pascolo di oziosi perditempo. Impiegati e professori incarnano nel
dibattito pubblico il ruolo di privilegiati improduttivi,
beneficiari di rendite di posizione per l'appunto immeritate. Da
ultimo anche le liberalizzazioni sono entrate in commedia, nella
parte delle vendicatrici del merito contro i privilegi delle
corporazioni. È tutto un fiorire di efficienza, tutto uno sbocciare
di razionalità! È la modernizzazione di un Paese che finalmente
rinasce affrancandosi dai gravami di una pervicace arretratezza!
Come non compiacersi? Chi non auspicherebbe che il merito sia
fondamento della divisione sociale del lavoro a salvaguardia
dell'«interesse generale»?
Già. Ma questa è un'epoca difficile, dove le parole (Orwell insegna)
vanno prese con le pinze. Merito somiglia molto a riforme, tanto per
intenderci. Allora può servire una rapida puntata dentro un capitolo
cruciale della modernizzazione europea, quella vera, quella che si
realizzò nel processo delle rivoluzioni borghesi tra Sei e
Settecento. La borghesia dei Lumi in Francia combatté nel nome del
merito contro i privilegi di casta. Talerivendicazione fu una
potente leva nella battaglia antiaristocratica del Terzo stato. Ma
in questa lotta vivevano due concezioni antitetiche, dettate da
interessi di classe diversi e corrispondenti a diversi progetti di
società. Diderot, d'Alembert e con loro una corrente che porta da
Helvétius a Condorcet fino a Constant si batterono sì contro
l'«inamovibilità dei privilegi», ma anche per l'«ineguaglianza
giusta», derivante «dall'operosità e dalla fortuna», «dal talento e
dalla natura». Contro di loro - e contro la «vera» borghesia di
funzionari e finanzieri, professionisti e mercanti - lottavano i
«pezzenti con la penna», i Rousseau, i Morelly, i Mably, difensori
degli uomini «senza qualità» e dei loro diritti. Meriti? O non
piuttosto lavoro duro e sporco, affamato e sfruttato?
Sottotraccia covava il conflitto che avrebbe visto i guardiani della
«buona democrazia» delle élites scagliarsi contro Robespierre e i
barbari giacobini «persecutori dei talenti». E che avrebbe trovato
in Sieyes (colui che teorizza la scissione della nazione in «due
popoli», i produttori e i loro «strumenti umani») un brillante
interprete della trionfante modernità borghese. Tramontato l'Antico
regime, questo conflitto terrà la scena europea dall'Ottocento in
poi. Come scrisse Gramsci, dopo avere sconfitto la «vecchia società»
la borghesia saldò i conti anche con «i nuovissimi», con il
proletariato urbano e agricolo che l'aveva sostenuta ma che
accampava pretese non compatibili. E fu il bagno di sangue della
Comune di Parigi.
C'entra questa antica vicenda con i discorsi sul merito? Come
allora, merito è un'arma puntata contro il lavoro e contro la sete
di eguaglianza di chi non ha capitali né titoli. Certo, c'è chi
lavora poco e male, ma c'è motivo di dubitare che sarà disturbato
dalla campagna «modernizzatrice» del governo, che punta tutto sul
merito ma se ne frega dell'ineguaglianza delle opportunità e delle
condizioni di partenza. Una prova? No, tre.
Sulla pubblica amministrazione. Si cominci dall'alto, dai dirigenti
superpagati e sempre più potenti. Si chieda loro conto dei risultati
per i quali lo Stato sborsa stipendi e buonuscite da favola. E si
mettano funzionari e impiegati in condizione di lavorare, invece di
tagliare le spese per il funzionamento.
Sulle liberalizzazioni. Si facciano rispettare i diritti del lavoro
nelle grandi catene di supermercati, dove è massimo il sommerco e lo
sfruttamento del lavoro precario. E si colpiscano le corporazioni
più potenti, come quella dei notai. Perché funzioni pubbliche
debbono tradursi in lucrosi onorari a beneficio di una stirpe che si
perpetua di padre in figlio o in nipote? Perché queste funzioni non
vengono affidate a uffici pubblici?
Sull'università e la scuola. Si faccia davvero strada al merito e
alla volontà di riscatto sociale. Si riconosca l'enorme mole di
lavoro svolto da insegnanti e ricercatori precari, senza il quale si
fermerebbero ospedali e centri di ricerca, università e scuole e si
eliminino le tasse scolastiche e universitarie per quanti provengono
da famiglie dal reddito annuo sotto ai 40mila euro lordi. Se si
andrà in questa direzione, saremo i primi a complimentarci con gli
alfieri della meritocrazia. Altrimenti avremo ragione di pensare che
siamo all'ennesima resa di conti della «vera» borghesia contro chi
non ha e non può.
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