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Lettera aperta ai
«compagni di sinistra nel governo»
«Vicenza è uno spartiacque: così non si va da nessuna parte.
Ci vuole un segnale di discontinuità che elimini ogni
possibile ambiguità (la vera, più grave colpa, in politica
estera): non votate il rifinanziamento delle missioni
militari»
Giorgio Cremaschi - Marco Revelli
Care amiche e cari amici della sinistra della coalizione di
governo, ci rivolgiamo a voi con questa definizione un poco
logistica, perché non ne troviamo altre ugualmente
sintetiche e non vogliamo far nostra quella serie di
aggettivi - sinistra «radicale», «estrema», «massimalista» -
che oggi vanno per la maggiore. Quegli aggettivi, anzi, ci
paiono fuorvianti dello stato reale delle cose, anche perché
sono utilizzati ogniqualvolta si voglia far credere che è
questa sinistra a determinare le scelte di fondo del governo
Prodi (insieme, s'intende, ai suoi guai...). Proprio qui
sta, per noi, la questione di fondo. Secondo Berlusconi, la
Confindustria, Corriere, Stampa, Repubblica, i riformisti e
la Conferenza episcopale, il governo sarebbe ostaggio della
sua sinistra estrema. Siccome a noi pare esattamente il
contrario, scriviamo queste note sperando di ottenere
chiarezza.
Vicenza, secondo noi, segna uno spartiacque. Di stile oltre
che di contenuto. Di metodo prima che di sostanza (che pure
è spessa e pesante, incrociando valori e programmi,
interessi e passioni). Fino alla decisione di Prodi di dire
sì all'amministrazione Bush e alla sua politica di guerra,
poteva ancora aver luogo una certa confusa doppiezza,
soprattutto sul piano dell'immagine. Ora però questa breve
stagione finisce: concretezza e simbolismo delle scelte
vengono sempre più a coincidere: il significato esplicito
dell'esternazione di Bucarest è una porta sbattuta in faccia
a tutti quelli che credono in qualcosa: ai cittadini che
difendono il loro territorio (la «questione urbanistica»,
appunto, derubricata a «intendenza» di napoleonica memoria,
che seguirebbe docile una volta definita la strategia da
parte dello Stato maggiore) e ai pacifisti che continuano ad
avere il torto d'indignarsi di fronte ai mattatoi a cielo
aperto moltiplicati anche in questi giorni. A chi si batte
per difendere la propria «qualità della vita» nel luogo in
cui abita, e a chi lotta per dare un senso a quella vita.
Un pugno in faccia a tutti quelli che nutrivano aspettative,
in nome - si dice - dell'«interesse superiore». Del
«concerto tra le potenze». Della «necessaria» sottrazione
dei temi generali di politica estera al controllo e al
consenso di quei cittadini di serie B che non siedono in
alto, sulla cuspide della piramide decisionale ma che sono
condannati a subirne le ricadute nei propri territori. Anche
perché così pretendono i poteri forti interni ed esteri che
condizionano la politica del nostro paese. E che sempre più
aggressivamente intimano: o di qua, o di là, senza finzioni
o confusioni; d'ora in poi, come chiedeva san Paolo, i sì
devono essere sì, i no, no.
Purtroppo il governo Prodi giunge a questa stretta avendo
già disperso un vasto patrimonio di fiducia e speranza. Per
cause squisitamente politiche, per l'incapacità di dare una
qualche risposta in positivo ai movimenti che in questi anni
hanno percorso il paese. In questi anni non si è lottato
solo contro Berlusconi e la sua politica per l'orrore
morale, estetico e culturale che suscitano, ma anche per
chiedere un cambiamento più profondo di quello definito da
una semplice alternanza di governo. I movimenti che si sono
sviluppati non erano naturalmente portati alla sintesi, anzi
spesso si disponevano su piani differenti. Il no alla
guerra, la richiesta di democrazia e di diritti civili, il
rifiuto del liberismo nell'economia e nel lavoro, la nuova
affermazione di cittadinanza delle popolazioni sui propri
territori, non coinvolgevano sempre le stesse persone, le
stesse organizzazioni, le stesse culture, anzi.
L'interlocuzione mancata
Una politica «alta» - come s'accaniscono a considerare il
proprio ruolo i politici «di governo» - avrebbe dovuto
costruire non diciamo una sintesi - di cui la Politica oggi
è probabilmente strutturalmente incapace, e di cui d'altra
parte i movimenti non saprebbero che farsene nella loro
autonomia tematica - ma quantomeno un'interlocuzione. Un
focus d'attenzione. La selezione di qualche punto
significativo, di qualche tematica condivisa su cui avviare
un percorso discorsivo, innescare la traccia di una qualche
capacità di rappresentanza. Il segnale che almeno un
segmento - non chiediamo tutto, ci limitiamo al minimo
possibile - del discorso elaborato «dal basso» possa essere
introdotto nel campo chiuso della sfera istituzionale al
livello decisionale più alto. Che, appunto, quel «campo»
possa essere, anche solo per uno spiraglio, «aperto». Che su
almeno un tema qualificante si mostri di parlare un
linguaggio simile, o almeno compatibile: non il muro
impenetrabile che ha dominato finora sui grandi temi che
hanno visto le mobilitazioni più recenti, dalla pace
all'ambiente, dalla Tav a Vicenza, appunto. Il programma di
300 pagine non è riuscito a incrinare quel muro (è rimasto
cosa per gli addetti ai lavori, codice interno per piantare
bandierine, ognuno dei contraenti sui propri temi
identificanti). Ed il governo successivo ci è riuscito
ancora meno.
Questo perché per costruire una politica che governi con il
consenso, trovando mediazioni condivise con i diversi
segmenti e soggetti individuali e collettivi che si muovono
nel sociale, è indispensabile un punto di vista. Bisogna
cioè decidere - in qualche misura - di stare da una parte,
di rappresentare una parte della società . Delle sue
sensibilità, dei suoi valori e delle sue aspettative, anche
se si va al governo. Proprio perché si va al governo.
Questo, sull'altro versante, fa Berlusconi. Egli rappresenta
fin nelle sue forme più scostanti ed ottuse il popolo
liberista. Le sue passioni, torbide ma concrete. I suoi
interessi, egoistici fino al limite della dissoluzione del
legame sociale, ma plasticamente materiali. Persino le sue
nevrosi. Sa benissimo qual è «la sua gente». Il suo popolo
(se così si può dire). Lo porta alla politica, non si
dimentica di esso quando governa.
Il centrosinistra invece fa l'opposto. Quando sta
all'opposizione aderisce a tutte le mobilitazioni. Quando si
trova al governo comincia a obiettare che il paese è
impazzito (e pure lo è, in alcune sue componenti, ma non
certo nei settori che si sono mobilitati per la qualità
della vita e per la pace, per garanzie sociali e pensioni);
che bisogna dargli buone medicine, anche se dolorose. Che,
insomma, la rappresentanza politica deve astrarsi da chi
vuole essere rappresentato e definire una sua tecnocratica
astratta compatibilità, da somministrare a un popolo
riottoso. Paradossalmente questa concezione del governo
produce antipolitica così come il barbaro populismo di
Berlusconi. Quest'ultimo, infatti, semplifica all'estremo la
funzione della rappresentanza: all'opposto il centrosinistra
la complica al massimo. Entrambi così riducono a zero lo
spazio per la partecipazione consapevole e incarnano una
deriva oligarchica drammaticamente visibile nelle
trasformazioni istituzionali degli ultimi due decenni.
Scegliere di fare sul serio
Nonostante tutto, continuiamo a credere che, in sé, il
centrosinistra non fosse inevitabilmente condannato alla
politica attuale. Avrebbe potuto scegliere alcuni terreni
parziali su cui fare sul serio. Avrebbe potuto fare sul
serio sulla pace, o sui diritti civili, o sulla lotta alla
precarietà, o ancora coinvolgere le popolazioni della Val di
Susa e di Vicenza nelle proprie decisioni. Avrebbe potuto
scegliere una sola cosa su cui fare sul serio - su cui,
appunto, lanciare un segnale - e vivere per un po' di
rendita sul resto. Ma neppure questo ha fatto. Su ogni
terreno di conflitto di questi anni il governo appare
incerto, confuso, pasticcione, incapace di produrre un vero
progresso, anzi spaventato persino quando, magari per caso,
decide qualcosa che va nella direzione di quel che veniva
chiesto.
Certo non è colpa solo di Prodi se l'equilibrio politico del
nostro paese si è spostato in questi anni così a destra da
far considerare - nel chiacchiericcio mediatico - come unico
modello di sinistra accettabile quello rappresentata da Tony
Blair. Solo in Italia si può usare il termine «deriva
zapaterista» per definire una politica estremista di
sinistra da cui cautelarsi. Nel resto d'Europa ridono di
questo paragone. Diventa però una colpa distruttiva non
capire che fronteggiare Berlusconi dentro queste coordinate
politiche significa rafforzare le sue ragioni e smontare le
nostre. Questo è il danno più grave di questi mesi. Esso è
ben rappresentato dal sorrisino che sull'autobus, al lavoro,
al mercato, si dipinge sui volti di coloro che ci dicono «è
bello chiedere quando si è all'opposizione, ma al governo è
un'altra cosa». Sì, così si producono in quantità
industriali rassegnazione, rabbia e disincanto. E, al di là
dei destini personali dell'ex presidente del consiglio, si
alimenta la ripresa della destra.
Siamo arrivati al dunque: le prossime settimane, da Vicenza
alla Val di Susa, dalle missioni militari alle
privatizzazioni, alle pensioni e ai Pacs, vedremo sempre lo
stesso filmato. A un certo punto i poteri forti diranno
basta, siate seri, siate europei, siate occidentali; e il
governo si piegherà. Magari rinfacciando, a chi lo accusa di
non essere abbastanza riformista, di non aver capito quanto
siano avanzate le scelte adottate.
No, così non si va da nessuna parte e per questo chiediamo
alla sinistra della coalizione di scegliere un tema su cui
fare sul serio. Suggeriamo la pace e la guerra, la
dimostrazione di una svolta esplicita rispetto alla politica
di guerra del precedente quinquennio, di uno strappo perché
politica «di pace» non può che voler dire soluzione di
continuità nella deriva bellica che ha dominato l'inizio del
secolo. Ci vuole una netta e comprensibile inversione di
tendenza, spinta fino al ritiro delle truppe da quell'Afghanistan
dove l'occidente sta ripercorrendo esattamente la stessa
strada dell'Urss, usando addirittura le stesse
argomentazioni per giustificare la guerra. Scegliete un
punto e su quello non mollate. Pretendete un segnale forte e
inequivocabile di discontinuità che non sia l'eterno «ni»
dell'inaffidabilità italiana, che tagli la strada a ogni
possibile segno di ambiguità - la vera, più grave colpa,
anche in politica estera: non votate il rifinanziamento
delle missioni militari e cambiate così, almeno qui,
l'agenda e gli equilibri della politica. E se non siete in
grado di fare questa o altre scelte di analogo rigore,
ditelo. Non fingete di contare quando non è vero. Non
rivendicate la devastante politica della riduzione del
danno, che per tanto tempo assieme abbiamo considerato uno
dei mali della nostra democrazia, sempre più priva di reali
alternative.
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