CONTRIBUTO SU
Memorandum d'intesa su lavoro pubblico e
riorganizzazione delle Amministrazioni Pubbliche: PER UNA NUOVA QUALITA' DEI SERVIZI E DELLE FUNZIONI PUBBLICHE


Premessa

Il termine “memorandum” fa riferimento ad un documento di accordo fra più parti; cioè per definizione, il “memorandum” in questione, come quello sul sistema previdenziale, è un accordo fra Governo e Organizzazione Sindacale. Nell’attuale fase di azione sindacale, l’uso del termine “memorandum” presenta un ulteriore aspetto. Con la sottoscrizione di questo nuovo tipo di accordo si è aperta una nuova fase di concertazione fra Governo e Sindacato che prescinde dalla rappresentanza.
Sul fronte dell’azione sindacale, il “memorandum” si presenta come accordo che non solo svilisce la partecipazione dei lavoratori, ma limita l’espressione democratica ai soli effetti dell’accordo sottoscritto. Di fatto, con la pratica della sottoscrizione dei “memorandum” si va a definire per gradi un nuovo “patto sociale” che esclude la partecipazione dei lavoratori, cui sarà concesso, nella migliore delle ipotesi, di intervenire sui dettagli.
Nel caso della CGIL siamo di fronte alla peggiore traduzione della linea congressuale maggioritaria viziata dalla “Sindrome del governo amico”, governo che purtroppo è soprattutto amico del capitale e meno del lavoro.

Partendo da questa premessa la prima critica al memorandum è di carattere metodologico. Come afferma il comunicato della FP-CGIL dopo la sottoscrizione del memorandum “è ora possibile ora la predisposizione delle direttive e delle piattaforme rivendicative”. Si tratta di un capovolgimento della prassi democratica, ove la piattaforma è la base del confronto e non un suo effetto. Le piattaforme su cui si confronteranno (?) i lavoratori, riguarderanno i dettagli di un quadro definito e quindi non rivendicativo già determinato da soggetti che hanno operato senza mandato dei lavoratori.

Il metodo in questo caso è sostanza: la sostanza di una nuova fase concertativa i cui temi sono dettati dall’agenda del governo e dai i suoi amici sostenitori della centralità dell’impresa e non del lavoro.

La pubblica amministrazione al servizio dell’impresa

“…lasciateci lavorare. Lasciateci creare nuove imprese. Lasciateci sviluppare quelle in attività. C'è chi tra di noi ha impiegato sette mesi per realizzare un nuovo impianto all'estero e 19 anni per poter fare una tettoia nel suo stabilimento in Italia [...] Per ridare slancio ad un Paese spento, poco competitivo e poco dinamico è necessaria una genuina modernizzazione delle istituzioni amministrative e di governo.” Queste le richieste di Confindustria, attraverso le parole di Montezemolo. Il memorandum risponde: “Una profonda riorganizzazione delle Amministrazioni pubbliche è un passaggio obbligato affinché l'economia italiana torni su un sentiero di crescita duratura. Per rendere più attrattiva la scelta di vivere e di investire in Italia, per dare spazio alla capacità dei cittadini, dei lavoratori e delle imprese, di innovare, è necessario un deciso miglioramento della qualità dei servizi pubblici che essi utilizzano.”
Le funzioni pubbliche non sono più valutate rispetto all’efficacia con cui perseguono l’interesse generale; all’impresa serve una pubblica amministrazione efficiente, cioè che in tempi veloci esaurisca la sua funzione e lasci lavorare l’imprenditore. Questo sembra essere il vero principio ispiratore del memorandum.


I punti chiave e chiari dell’accordo.


Il memorandum, a dimostrazione che l’obiettivo non è quello di migliorare la qualità delle funzioni pubbliche ma esclusivamente quello di aumentarne le prestazioni, focalizza la sua attenzione sulla prestazione del singolo lavoratore e poco dice rispetto l’efficacia dell’organizzazione dei servizi.
Più che preoccuparsi di quali modelli organizzativi possano migliorare la pubblica amministrazione, tutto si concentra sull’aumentare la produttività (di cosa?) del dipendente pubblico riducendone il numero.
L’aspetto più inquietante è il paragrafo dedicato agli “esodi”, leggesi esuberi. Difficilmente sarà recuperabile un documento sindacale in cui si affronta il tema degli esuberi con tanta leggerezza. Per la parte governativa si dichiara che non è possibile “dire in dettaglio quanti esuberi potrebbero esserci perché dobbiamo lavorare comparto per comparto. In alcuni settori certamente potrebbe esserci la necessità di tener conto degli esuberi, e quindi di dover avviare un processo dolce di accompagnamento al prepensionamento". Per la parte sindacale Carlo Podda, segretario nazionale Cgil-Funzione Pubblica, ha dichiarato che "sugli esuberi non ci sarà alcuno scontro, perché il numero dei dipendenti pubblici italiani, rispetto al numero dei dipendenti pubblici e dei cittadini europei, non é fuori linea.” Se non ci sono esuberi, non c’era bisogno di concordare modalità di esodo incentivato, se invece per una parte, il governo, gli esuberi ci sono forse era il caso di aprire una vertenza e non firmare.
Forse il paragrafo sugli esodi è funzionale a quello della mobilità territoriale e funzionale. Il rischio di diventare un esubero potrebbe essere il primo incentivo alla mobilità. La mobilità territoriale e funzionale non è una novità nella P.A., ma anche nel caso della mobilità non si entra nel merito della necessità di quali e quanti processi di mobilità, si sa solo che saranno incentivati.
Sul tema della valutazione, il memorandum conferma quanto già sottoscritto a maggio del 2005 nel “protocolli di intesa”, all’epoca si chiamavano così, per il rinnovo del secondo biennio economico 2004-2005. In quel caso il segretario della FP-CGIL (comunicato del 28 maggio 2005): “Per quanto riguarda, inoltre, agli stentorei annunci di questi giorni da parte del Governo (non era un governo amico nota mia) circa la necessità di finalizzare gli aumenti ad interventi più stringenti, e per noi inaccettabili, in tema di produttività e mobilità, come potete constatare dal testo, ci troviamo in presenza di formulazioni generiche e che lasciano ampio margine alla possibilità di confermare il nostro punto di vista nella gestione di questi temi.” Questa volta la formulazione sembra meno generica.
Il memorandum sottoscritto dice chiaramente quello che non si voleva all’epoca del protocollo di intesa con il Governo Berlusconi, i futuri aumenti salariali saranno per la maggior parte legati alla valutazione della produttività ed all’adesione a processi di riorganizzazione.
La prossima stagione contrattuale si caratterizzerà per la valorizzazione di quella valutazione delle prestazioni individuali che fino ad oggi hanno solo contribuito a creare climi di lavoro competitivi, in organizzazioni, come quella della P.A., che necessitano di stili di lavoro collaborativi e per l’accettazione di riorganizzazioni che oltre a svilire competenze e professionalità spesso rappresentano solo riduzione di servizi a danno dell’utenza.

In cambio di cosa?: I punti oscuri del memorandum

Il memorandum contiene due affermazioni importanti ed ampiamente condivisibili “la scomparsa del precariato” nella pubblica amministrazione, “il riesame di tutte le forme di esternalizzazioni e di consulenze in atto per prevedere una progressiva reinternalizzazione”.
Peccato che anche in questo caso si tratti di niente di più di quanto previsto dalla Finanziaria 2007 con esiti tutti da verificare. Il numero dei precari della pubblica amministrazione sono più di 250.000 (esclusi quelli della scuola), gli effetti di questa finanziaria sono ancora sconosciuti, il ministro Nicolais a dicembre dichiarava come obiettivo la stabilizzazione di circa 8.000 precari (cioè circa il 3%). Con queste premesse è più probabile il sillogismo: “nella P.A. ci sono esuberi”, “la precarietà scomparirà”, conclusione “i primi esuberi saranno i precari”.
Ai 505.968 precari nella P.A. (dato della Ragioneria dello Stato) vanno aggiunti i precari dei servizi esternalizzati, secondo l’indagine di Report del 12 novembre 2006 se ne conterebbero nella P.A. 350.000. Bene quindi l’impegno ad un riesame di tutte le forme di esternalizzazioni, ma sono veramente tutte? Il testo del memorandum introduce la distinzione fra esternalizzazioni di attività core (quelle che potranno essere reinternalizzate) e esternalizzazioni di attività no core. Su Liberazione del 20 gennaio, il segretario della FP-CGIL, Carlo Podda, spiega il significato per la parte sindacale: “Nell’ospedale, per fare un esempio, la cucina è no core, mentre gli infermieri si”. Con buona pace della tanta annunciata lotta per la ricomposizione del lavoro che era al centro nel nostro ultimo congresso, nel futuro avremo lavoratori core, e lavoratori no core. Continuando con l’esempio proposto da Podda, ritenere che all’interno di un ospedale la cucina, o ancora le pulizie sia no core, ha dirette conseguenze sul prodotto “ricovero ospedaliero” che è fatto di buone pratiche infermieristiche, cibi sani, ambienti puliti; l’indagine giornalistica dell’Espresso sull’Umberto I ha dimostrato come esternalizzazioni (del no core), siano la premessa per un ospedale che invece di curare fa ammalare.

Sul tema della precarietà e delle esternalizzazioni probabilmente sarebbe servito ai firmatari un po’ di formazione, un buon corso d'aggiornamento si era tenuto il 4 novembre a Roma dal titolo STOP alla PRECARIETA’: c’erano lavoratori precari, lavoratori core e lavoratori no core, purtroppo mancavano il segretario generale della CGIL e della FP-CGIL.

Antonio Luordo portavoce Rete 28 Aprile nella Cgil di Ravenna