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Privatizzazioni, dopo 15 anni il bilancio è fallimentare
Libro-inchiesta tra i
lavoratori del pubblico e gli utenti: servizi pessimi e tanta
precarietà. Firmato Cgil, Arci, Attac e Rnm
Antonio Sciotto
I cosiddetti «riformisti» sono
partiti all’attacco: tagliare gli impiegati per risparmiare,
privatizzare i servizi pubblici per creare nuovo business.
Dimenticando volutamente le promesse contro il lavoro precario fatte
in campagna elettorale: a dare voce ai lavoratori e cittadini-utenti
dei servizi pubblici è l’interessante libro-inchiesta edito dalla
Ediesse e da Carta, Quindici anni dopo: pubblico è meglio (a giorni
in libreria e dal 13 gennaio allegato al settimanale Carta).
Promosso da quattro soggetti che da tempo fanno movimento contro le
distorsioni del lavoro e per la riappropriazione pubblica dei beni
comuni - Arci, Attac, la Rete Nuovo Municipio e la Funzione pubblica
Cgil - e curato da Cinzia Arruzza e Corrado Oddi. Innovativo il
campione degli intervistati: i lavoratori e gli utenti dei servizi
pubblici, apparentemente «categorie» diverse, ma in realtà i due
lati della stessa medaglia, quella dei diritti esigibili nelle
moderne democrazie. Se i servizi pubblici, come la scuola o la
sanità, e i beni comuni - ad esempio l’acqua - non sono accessibili
a tutti, in che stato viviamo? E’ lo stato dei privati e della
precarietà costruito negli ultimi 15 anni, anche da parte del
centrosinistra, ideologie che riemergono nelle tesi dei
«riformisti», che vogliono aprire i servizi pubblici alla
concorrenza (vedi decreto Lanzillotta), e mantenere contratti
umilianti come i cocoprò (vedi legge 30, intangibile per parte dei
Ds e per la Margherita).
I lavoratori (ben 7.972) e gli utenti intervistati (285
associazioni) dicono tuttaltro: il lavoro negli anni è stato sempre
più esternalizzato, ma questo non ha migliorato la qualità dei
servizi, anzi nella gran parte dei casi essa è peggiorata, mentre il
pubblico non ha affatto risparmiato (spesso esternalizzando le spese
si gonfiano). Nel contempo, la qualità dell’occupazione è
notevolmente peggiorata, con un aumento dei contratti atipici e
precari e un abbassamento delle tutele e delle retribuzioni
(rispondono così, ad esempio, il 50% dei lavoratori della Sanità e
il 67,9% di quelli dell’Acqua). Altrettanto interessanti - e
ugualmente in sintonia - le risposte sulla partecipazione ai
processi decisionali e sulla trasparenza dei servizi: i lavoratori
si sentono esclusi in percentuali che vanno tra l’80 e il 90%; così
le associazioni di utenti, con percentuali che oscillano tra il 55 e
l’80%.
E allora, che fare? «Si deve aprire un dibattito nel paese - spiega
Marco Bersani, di Attac - Si potrebbe creare un osservatorio
nazionale sui servizi pubblici, con la partecipazione degli utenti,
e consigli di sorveglianza dei lavoratori. Nell’immediato, invitiamo
tutti a firmare da sabato 13 la proposta di legge per la
ripubblicizzazione dell’acqua». Per Marco Giovannini, della Rete
Nuovo Municipio, «bisognerebbe estendere il metodo dell’inchiesta a
tanti altri settori, e fare tesoro di quello che ci dicono gli
intervistati: progetti come quello del decreto Lanzillotta, che
vuole liberalizzare i servizi pubblici, devono essere bloccati».
Secondo Paolo Beni, presidente dell’Arci, «i servizi pubblici sono
la cartina di tornasole del patto di cittadinanza: bisogna dire
basta alle esternalizzazioni e alla precarizzazione del lavoro».
Carlo Podda, della Fp Cgil, si rifà ai «recenti attacchi della
grande stampa contro il pubblico impiego: si vogliono tagliare i
servizi per risparmiare, ma noi dobbiamo fare un discorso opposto.
Lanciamo una sfida: leghiamo una quota del salario di produttività
al giudizio dei cittadini. Il loro consenso è la vera misura di un
servizio».
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