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Maledette pensioni, è ora di riformarvi
La
Commissione Ue alza l'allarme sul debito pubblico, ma riconosce che
la nostra spesa pensionistica è sotto controllo. Il ministro Damiano
prepara il «confronto»
Francesco
Piccioni
Convergenze
parallele. La Commissione Ue, il ministro del lavoro Cesare Damiano
e quello dell'economia Tommaso Padoa Schioppa si sono ritrovati in
sintonia nel mettere al centro dell'attenzione politica il tema
della riforma del sistema pensionistico. Per il ministro diessino la
discussione che partirà a gennaio dovrà avere una «forte regia
politica per impedire che emergano le spinte corporative dei diversi
soggetti». Sul fronte politico il messaggio è chiaro: «è impensabile
presentarsi ai tavoli con proposte difformi o immaginare che qualche
partito della maggioranza punti a un rilancio in corso d'opera». Più
diretto Padoa Schioppa: «certamente il problema è allungare i tempi
di attività lavorativa ed è auspicabile farlo in modo volontario. Ci
devono essere incentivi e disincentivi».
Due interventi indirizzati a sgomberare preventivamente il campo
dalle possibili resistenze della «sinistra radicale» e di larghe
aree di movimento sindacale. Non che abbia intimorito troppo, però.
Il suo collega Alfredo Pecoraro Scanio ha immediatamente
sconsigliato l'apertura di una stagione potenzialmente conflittuale,
peché «il governo è stressato, non è il momento di affrontare
riforme difficili come quella delle pensoni». Altrettanto deciso il
capogruppo del Pdci alla Camera, Pino Sgobio, che si appella al
programma dell'Unione e al «grido di dolore di Mirafiori».
Anche la Commissione europea ha detto a sua, nel contesto di un
rapporto che prende in esame l'intera Ue. Ma è impossibile qui non
rilevare la contraddizione tra il livello dell'allarme («senza
misure il debito pubblico dell'Eurozona può passare dal 79% del Pil
di oggi a circa il 200% nel 2050», nientemeno) e i conteggi relativi
alla spesa pensionistica («l'Italia - come Germania e Francia - deve
consolidare le proprie finanze pubbliche nel medio termine, ma è
meno interessata allo stretto costo del sistema pensionistico perché
ha già riformato il suo sistema previdenziale»).
Insomma: la spesa pensionistica italiana è decisamente sotto
controllo e anche l'impatto dell'invecchiamento della popolazione
sarà «a lungo termine relativamente moderato», circa il 2%. I
problemi di bilancio dei nostri conti pubblici derivano invece da
altri fattori, come il debito pubblico decisamente elevato e la
dinamica della spesa sanitaria, zavorrata da un meccanismo che
alimenta le prestazioni nelle cliniche private «in convenzione» con
servizio nazionale: a una crescita esponenziale dei costi (per
favorire i «privati») corrisponde in questo caso una riduzione delle
prestazioni offerte in prima persona dal «pubblico». Ma questo è un
frutto delle «liberalizzazioni» imposteci, fra l'altro, proprio
dalla Ue.
Il senso della «riforma» che si vuo discutere emerge però chiara dal
rapporto del Nucleo di valutazione sulla spesa previdenziale. Che
loda la «riforma Maroni» e lo «scalone», ma soprattutto suggerisce
di «ritoccare i coefficienti» su cui si calcola l'importo
dell'assegno. Bisogna infatti combattere quella voglia di vivere che
ci caratterizza tutti, donne in primo luogo. Dice il Nucleo: «da
qualche anno una donna su 4 muore oltre la soglia dei novant'anni»,
creando una situazione «che non può non avere conseguenze importanti
per gli equilibri finanziari del sistema». A quando una «modesta
proposta» in stile Jonathan Swift?
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