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Forum Cgil, niente resa al governo degli «amici»
A Bologna
ci si interroga su come reggere la botta delle pensioni
Sara Farolfi
Bologna
«Fondamentale
è uscire da un'impostazione difensiva». E qui il discorso si
complica. E si affollano le domande. «Ma la Cgil pensa ad una vera
piattaforma sulla previdenza o ad una sorta di resa condizionata?».
«Oppure a delle semplici linee guida, magari a maglie larghe?»
A sparigliare le carte all'interno della Cgil, e offrire così
un'occasione di confronto e dibattito, a meno di un mese
dall'apertura del tavolo tra governo e sindacati sulla riforma del
sistema previdenziale, è stato ieri un seminario organizzato dal
Forum sindacale. Luogo di discussione trasversale e inclusivo, nato
lo scorso luglio, «a scavalco - come precisa Dino Greco, segretario
della Camera del lavoro di Brescia e tra i primi firmatari del Forum
- tra tesi e aree programmatiche». Un luogo di proposta politica
insomma concretizzatosi ieri in una affollatissima assemblea alla
Camera del Lavoro di Bologna.
Quello che ne è uscito è un documento, una proposta che il Forum
avanzerà alla confederazione, che muove dalla relazione «ampiamente
condivisa» che ieri ha aperto il seminario, arricchita dai
contributi di Nanni Alleva, della Consulta giuridica Cgil e Felice
Roberto Pizzuti, docente alla Sapienza. Con l'obiettivo di
contribuire alla costruzione e messa in campo di una piattaforma
Cgil in materia di pensioni.
Come si presenterà la Cgil al tavolo di riforma del sistema
previdenziale? Tra il memorandum di intesa, siglato da Cgil Cisl e
Uil a ottobre scorso con il governo, e i fischi di Mirafiori c'è
forse un grosso problema di democrazia. E anche quando i segretari
generali promettono che in materia pensionistica consulteranno i
lavoratori, il problema resta: «quale consultazione, se manca una
piattaforma su cui chiedere un mandato»? «Il rischio - conclude la
relazione del Forum - è che la Cgil finisca per trovarsi stretta, se
non schiacciata, tra un governo cosiddetto amico e i nostri
lavoratori che rivendicano un legittimo protagonismo rivendicativo».
Uscire da una logica difensiva significa allora uscire dalla
prospettiva per cui la previdenza pubblica costituisce solo un
problema di sostenibilità finanziaria. Esiste un problema di
sostenibilità sociale - sottolinea Greco - e il rischio che si
profila è quello di una secessione generazionale.
Innanzitutto, sostiene Graziano Fracassi della Camera del lavoro di
Brescia, bisogna smontare il paradigma di «un sistema al collasso».
A fare di conto ci pensa Giuseppe Turudda del Comitato di vigilanza
dell'Inps. Il lavoro economicamente dipendente ha i conti in regola;
le pensioni italiane sono tra le più basse d'Europa e la spesa
previdenziale in rapporto al Pil è tendenzialmente in tenuta dopo i
tre interventi dal 1992.
Allora la domanda è: «Si prevede un assetto della previdenza
pubblica tale da garantire a tutti una prestazione intorno al 60-65%
del tasso di sostituzione (ossia il rapporto tra la pensione
percepita e l'ultima retribuzione, ndr) senza bisogno di ulteriori
contributi?». Questione da cui dipende l'uso del Tfr nell'ambito
della previdenza complementare. Poi si può anche discutere di
volontarietà delle uscite e di incentivi alla permanenza al lavoro.
Come anche dell'utilizzo di forme contrattuali a progetto o part
time per chi ha maturato i requisiti da pensione, ma vuole
continuare a lavorare.
«Non è facile ma bisogna provarci - conclude la relazione - Cosa ne
sarebbe della Cgil se si andasse al confronto con il governo con
l'ipotesi della resa condizionata?». Fuori dalla relazione, i
commenti: «I lavoratori non ce lo perdonerebbero, e giustamente».
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