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La
speranza di Mirafiori
- di Giorgio Cremaschi
Le operaie e gli
operai di Mirafiori hanno
parlato a nome di tutti.
Una
classe operaia intelligente e
maliziosa, come quella del
grande stabilimento della Fiat,
ha saputo sfruttare al meglio la
fortuna di un’assemblea per la
prima volta seguita da giornali
e tv. Si è così reso visibile
quello che già c’era dappertutto
ma che, purtroppo, non appariva:
Grandissima parte del mondo del
lavoro la pensa come le
assemblee di Mirafiori.
Cosa
hanno voluto esprimere quelle
assemblee, al di là della
rituale interpretazione sul
malessere operaio nella società
delle ricchezze sfrontate e
dannose?
Esse hanno espresso
chiari giudizi politici. Hanno
detto al governo che così non
va, come ha riconosciuto con
molta onestà il ministro Paolo Ferrero, sostenendo che i fischi
erano rivolti anche alla
compagine governativa.
Gli
operai hanno detto che il
cambiamento rispetto alle
politiche di Berlusconi e,
soprattutto, alla gravità della
situazione sociale del lavoro è
inesistente o insufficiente.
Questo è il vero giudizio del
mondo del lavoro sulla
finanziaria, ed è inutile
continuare nel paternalismo
elitario di chi lamenta che la
gente non capisce o di chi
accusa il paese di essere
impazzito.
Si prenda atto della
realtà, si rispetti chi non è
d’accordo e ci si confronti con
le obiezioni popolari. Se si
farà così si capirà senza fatica
che la cosiddetta “fase due”
della politica economica del
governo, che secondo i
riformisti dovrebbe
riequilibrare a favore delle
imprese e del mercato una
finanziaria troppo di sinistra,
in realtà dovrà avere un segno
esattamente contrario a quello
costantemente rivendicato dal
Corriere della Sera.
I
lavoratori chiedono una “fase
due” di giustizia sociale e
diritti, e non vogliono sentir
parlare di patto di
produttività, innalzamento
dell’età pensionabile, altri
sacrifici, pensando con ragione
di dover solo recuperare quanto
perso.
Gli operai di Mirafiori,
così come tanti giovani precari,
sono stati determinanti per il
difficile successo elettorale
del centrosinistra. Senza lo
spostamento dei loro voti
rispetto al 2001, oggi
governerebbe ancora Berlusconi.
Per questo le assemblee di
Mirafiori hanno inviato un
messaggio indiretto ma chiaro al
governo.
Ma se questo è il
messaggio che viene rivolto alla
politica, ce n’è uno diretto e
immediato che viene rivolto alle
organizzazioni sindacali. Ad
esse si dice che
l’indispensabile cambiamento
negli indirizzi di politica
economica e sociale deve essere
prima di tutto rivendicato e
conquistato dall’iniziativa
sindacale.
E’ retorico
continuare a ripetere che in
fondo tutto va al meglio
possibile e che Cgil, Cisl e Uil
non sono colpite dalla sindrome
del governo amico. Se gran parte
dei lavoratori pensa il
contrario e se le assemblee di
Mirafiori lo dicono con forza,
vuol dire che qualche verità
nelle critiche ci deve pur
essere.
Al sindacato si chiede
di fare il proprio mestiere
indipendentemente da chi
governa. Non è compito di Cgil,
Cisl e Uil farsi carico delle
compatibilità del quadro
politico. Il movimento sindacale
può avere le proprie
compatibilità ma esse, oltre ad
essere totalmente autonome da
quelle dell’impresa e del
mercato, non devono neppure
dipendere dagli equilibri tra
riformisti e radicali di
governo. O dal futuro del
partito democratico o da quello
della sinistra radicale. E’
questo un concetto
apparentemente molto semplice,
ma il fatto che nelle assemblee
di Mirafiori questo sia stato il
tema centrale dice,
evidentemente, che questa
questione è all’ordine del
giorno.
Ma come lo costruisce il
proprio punto di vista
indipendente, il sindacato? E
qui c’è il secondo chiaro
messaggio dell’assemblea di Mirafiori.
Ci vuole la
democrazia. Si deve trattare con
il mandato esplicito dei
soggetti interessati alla
vertenza.
I giornali hanno
sottolineato con particolare
enfasi il fatto che da 26 anni i
segretari generali di Cgil, Cisl
e Uil non andavano a Mirafiori.
Paradossalmente il problema
principale non è questo.
Sappiamo che nella vita
organizzata del sindacato non
sempre è facile produrre eventi
come quello di Mirafiori. Il
problema più grave è un altro.
E’ che in questi mesi il
sindacato confederale ha dato
dei pareri positivi sulla
finanziaria, ha firmato
l’accordo sui call-center, ha
firmato il memorandum sulle
pensioni, ha firmato l’accordo
sul Tfr e non si è chiesto ai
lavoratori, in assemblea e con
il voto, cosa pensassero di
questi atti così importanti per
loro. Il problema non è quello
che avviene sotto le luci dei
riflettori delle tv, ma quello
che non avviene nel rapporto
quotidiano del sindacato con i
lavoratori. La democrazia
sindacale, quella vera, ove si
vota su piattaforme e accordi,
ove si partecipa alla
costruzione delle piattaforme,
ove l’azione sindacale è
sottoposta alla validazione
consensuale dei lavoratori,
questa democrazia sindacale è
purtroppo oggi prevalentemente
in disuso. E non solo sulla
finanziaria o sul Tfr, ma nella
contrattazione con le imprese.
Solo i metalmeccanici mantengono
la buona abitudine di fare il
referendum su piattaforme ed
accordi. In tutte le altre
categorie questo principio
elementare della democrazia o
non è mai stato utilizzato o è
stato abbandonato. E così si
fanno piattaforme senza far
votare i lavoratori, si
discutono temi di grandissima
rilevanza nella condizione di
lavoro senza neppure
confrontarsi con i diretti
interessati.
Ora si prepara il
tavolo sulle pensioni, mentre la Confindustria rivendica quello
sulla produttività e sui
contratti. Se vogliono davvero
ascoltare i lavoratori di
Mirafiori Cgil, Cisl e Uil
assumano un impegno preciso e
solenne: non si siedano a nessun
tavolo, non avviino nessun
negoziato, non sottoscrivano
alcun impegno o intento, prima
di avere discusso e deciso nel
dettaglio con i lavoratori cosa
rivendicare, cosa contrastare.
Oggi dai lavoratori italiani non
viene alcun mandato alle
organizzazioni sindacali per
innalzare l’età pensionabile,
ridimensionare il contratto
nazionale, concedere ulteriori
flessibilità sugli orari e sulle
condizioni di lavoro.
Le
lavoratrici e i lavoratori
vogliono che il sindacato chieda
di più rispetto al passato, sul
salario e sulle condizioni di
lavoro vogliono cominciare a
risalire la china e non restare
nel fondo ove sono precipitati.
Invece le prime piattaforme
contrattuali, paradossalmente ma
non tanto, chiedono meno di
quanto si rivendicava con il
governo Berlusconi e con
un’economia e con profitti delle
imprese che andavano molto
peggio di oggi.
C’è da definire
una piattaforma, anzi, si devono
stilare più piattaforme, ma la
questione prioritaria è
un’altra: devono essere le
lavoratrici e i lavoratori a
decidere. Questa è la sostanza
della questione e non vale
parlare d’altro. Se si vuole
davvero dar valore al
pronunciamento di Mirafiori, lo
si rispetti cambiando.
Da quelle
assemblee viene un segnale
positivo per costruire un
cambiamento sociale che vada
nella direzione opposta a quella
rivendicata da una destra resa
sempre più aggressiva anche
dagli errori del governo e del
sindacato.
Tutto può rimettersi
in moto positivamente proprio
perché dopo tanti mesi di
silenzio le lavoratrici e i
lavoratori stanno riprendendo a
discutere, al lottare e, perché
no?, a fischiare.
Giorgio Cremaschi
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