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TEMPO di RINNOVO dei CONTRATTI NAZIONALI nel SETTORE della DISTRIBUZIONE
CGIL, CISL e UIL hanno presentato le loro piattaforme rivendicative per il rinnovo dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro nei settori: 1) “Terziario, Distribuzione e Servizi” (Confcommercio) e 2) “Distribuzione Cooperativa”. In genere, le assemblee con lavoratrici e lavoratori hanno visto una grande sbrigatività, da parte dei sindacalisti di turno, nella presentazione degli argomenti del rinnovo, con scarso spazio riservato all’approfondimento e alla discussione e tanta propaganda all’insegna dell’ottimismo, per altro -se si vuole vedere sul serio ciò che è scritto nelle piattaforme- davvero poco fondato.
E’ sufficiente vedere: 1) la richiesta di aumento salariale medio fissato, come risulta dal varo definitivo della prima piattaforma, nella cifra sbalorditiva di 78 (settantotto!) euro lordi al mese (circa 50 netti) per il primo biennio economico 2007/2008, magari scaglionati in 2-3 rate. Della serie: “ragionevoli” con le Aziende e “previdenti” con chi lavora (che non si abbia a scialacquare con troppi soldi in più e tutt’insieme in busta-paga!); 2) la pesante incertezza sulla prospettiva del secondo biennio economico 2009/2010 (ce ne sarà il rinnovo o non ci sarà?), col conseguente pericolo che l’aumento retributivo per il primo biennio economico non sia seguìto da quello per il secondo: ri-ragionevoli con le Aziende e ri-previdenti con lavoratrici e lavoratori!
Viene proprio da chiedersi se i dirigenti sindacali che hanno elaborato le piattaforme rivendicative, in tutti questi anni di “assalto alla diligenza” che ha subìto il potere d’acquisto delle buste-paga da parte della rapina del caro-vita, siano stati in Italia o siano andati a cambiare aria in qualche fiaba metropolitana.
Ma ci sono anche altri punti delle piattaforme che sono negativi: 1) i contratti a tempo determinato, part-time, di inserimento, di apprendistato, di collaborazione a progetto, di lavoro interinale con tutta l’instabilità di lavoro e di vita che comportano, vengono tranquillamente accettati dai sindacati, che si limitano a chiedere qualche “miglioramento”. E pensare che pochi anni fa la CGIL raccolse 5milioni di firme contro il famoso “Patto per l’Italia”, concordato tra Maroni (il ministro del lavoro dell’epoca) e CISL-UIL e basato sull’altrettanta famosa “Legge Biagi” (l’arsenale di norme che regolano il bel mondo della precarietà del lavoro sotto padrone!). L’insospettabile cigiellino Cofferati (che adesso, come sindaco, amministra Bologna col pugno di ferro) definì quel Patto un “patto scellerato” e subito fu linciato dal cislino Pezzotta. Evidentemente la precarietà, anche in casa CGIL, non è più scellerata; 2) mentre l’orario di lavoro è sempre più flessibile (con alcuni settori già attivi alle 5 del mattino e coi negozi aperti ininterrottamente ormai fino alle 21/22) e si appropria sempre più di domeniche e festività infrasettimanali, i sindacati si limitano a chiedere semplicemente il diritto di contrattazione di questi autentici abusi e soprusi aziendali: di certo pensano che dire NO non si addica a sindacati “responsabili” (ma nei confronti di chi?); 3) in compenso, però, chiedono “una procedura da definire contrattualmente” per gli appalti, comunque per la terziarizzazione (cioè l’affidamento a ogni tipo di ditte terze) di comparti dell’attività, precisando che “non devono riguardare le attività caratteristiche dell’impresa”. Come dire che “contrattualmente” diventa bello ciò che non contrattualmente è schifoso (in particolare per i dipendenti delle ditte terze, che diventano lavoratrici e lavoratori di serie C e D, ancora più precari dei precari di serie B, quelli alle dirette dipendenze dell’impresa). Peccato, poi, che chiudere la stalla quando i buoi sono fuggiti, oltretutto, non serve granché. Gli appalti e le terziarizzazioni, infatti, sono ormai enormemente diffusi e si vanno sempre più espandendo anche nelle “attività caratteristiche dell’impresa”, come sono quelle relative ai banchi-frigo, al “fresco” in genere, al caricamento di banchi e scaffali, ecc. Per non parlare del settore delle pulizie, anche di quelle ricorrenti durante tutto l’arco di apertura dei negozi, che sono un “classico” della terziarizzazione; 4) visto che adesso nella grande distribuzione non esiste la grande assemblea, ma tante assemblee piccole piccole (tanto per non disturbare l’impresa che, poverina, dovrebbe chiudere il negozio e interrompere il suo giro di affari quando fosse in corso l’assemblea generale), non era il caso, nella piattaforma, a proposito di diritti sindacali, di affermare il diritto a fare assemblee come si deve? O no?
CONFEDERAZIONE COBAS |