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La «flexicurity» Ue per scardinare il lavoro
Il «Libro
verde» della Ue per modificare legislazione del lavoro, sistema
previdenziale e ammortizzatori sociali, con l'obiettivo di
«conciliare flessibilità e sicurezza sociale»
Francesco
Piccioni
Giusto per
schiarirsi le idee. Il primo seminario organizzato - nella sede del
Cnel - dal ministero del lavoro «sui temi europei» impatta da subito
la flexicurity, ossimoro usato per indicare due «necessità»
contrapposte: «flessibilità e sicurezza nel mercato del lavoro».
Contrapposte nella logica, nei fatti e nelle proposte in campo,
nonostante i (numerosi e infruttuosi) tentativi di conciliazione.
Anche perché in sede europea, lì dove vengono elaborate le
«direttive», le lobby lavorano alla grande - non è un'insinuazione;
lo ha ammesso, ammirato, il rappresentante di Confindustria, Massimo
Marchetti - e quel che ne viene fuori è roba indigeribile anche per
diversi esperti chiamati ad analizzare il «Libro Verde», il testo
della Commissione che cerca di indicare la via per «armonizzare» le
diverse legislazioni del lavoro esistenti nei 25 paesi.
La versione ora in circolazione è peggiorativa della precedente, già
preoccupante, fin dal titolo: la «flessibilità congiunta alla
sicurezza» è svaporata nella «modernizzazione del diritto del
lavoro». Ma quello che più ha scandalizzato, secondo l'europarlamentare
Donata Gottardi, è proprio l'«assunto di base». Visto che «esistono
numerosi tentativi di creare flessibilità 'ai margini'» del mercato
del lavoro (con contratti «atipici» di ogni tipo), nel testo europeo
si propone di «intervenire sul diritto del lavoro ordinario,
proponendo di riaprire la discussione sulla libertà in uscita,
magari scambiandola con la libertà in entrata». In pratica: per
eliminare le differenze esistenti tra i diritti dei diversi tipi di
lavoratori basta ridurre quelli dei «garantiti» fin quasi a farli
coincidere con quelli dei precari; magari concedendo alle imprese
maggiore libertà di licenziare in cambio di una corrispondente
libertà di assumere (ma chi mai trattiene le imprese dal farlo?). Un
«livellamento verso il basso» che fa coincidere la «modernizzazione
con il ritorno al passato» (spiega anche Mauro Guzzonato, della Cgil).
Sta di fatto che quando c'è da «conciliare competitività e modello
sociale europeo» la discussione prende sempre e soltanto una piega:
via il «modello sociale» e avanti con la «libertà dell'impresa».
L'idea di fondo della flexicurity si presenta con l'aspetto della
ragionevolezza: una «strategia sincronica per accrescere la
flessibilità del mercato, dell'organizzazione e dei diritto del
lavoro per accrescere anche a sicurezza del reddito, specie dei più
deboli». Ma l'obiettivo viene spostato di forza dalla «difesa del
posto di lavoro» alla «difesa dell'occupazione». Flessibile,
naturalmente, in modo da favorire la trasmigrazione da un lavoro
all'altro nel corso dell'intera vita. A soccorso vengono pensate
«politiche attive» su formazione, ammortizzatori sociali, persino
forme si reddito di disoccupazione nei momenti di «trasmigrazione»;
ma soprattutto «contratti flesibili» su organizzazione, orari,
qualità della prestazione.
La flexicurity, ci mancherebbe, non viene intesa come «una ricetta,
ma come un obiettivo», che lascia liberi i governi nazionali di
sperimentare i mix di misure più adeguati al contesto dei loro
paesi. E infatti nell'Est europeo «proliferano i contrati
individuali», dove il dipendente resta solo e nudo davanti al
«padrone».
Resta l'impressione che forze gigantesche - quanto a interessi,
istituzioni, intelligenze impegnate - stiano muovendo contro il
mondo del lavoro così come si è configurato nel dopoguerra in
Europa. Ma che da quest'altra parte non si sia ancora avuta la
percezione della dimensione dell'attacco. Governi e sindacati
muovono perciò alla ricerca di politiche in grado di «temperare»
l'erosione dei diritti, per evitare la conseguente disgregazione
sociale. Ma il massimo che hanno fin qui partorito è, appunto, la
flexicurity. Un insieme di «buone pratiche» che non riescono a
diventare «norma europea», ma che - nel percorso dall'idea alle
proposte di legge - perde regolarmente gli aspetti di «sicurezza
sociale» a vantaggio di quelle della «flessibilità». Chissà chi è a
guadagnarci...
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