| Gli
operai della Fiat ai sindacati “Siate meno teneri col
governo” |
Dopo 26 anni (la ”feroce”
vertenza Fiat del 1980) tornano a Mirafiori i segretari di
Cgil, Cisl e Uil. Allora il tema caldo era quello dei
licenziamenti oggi sono soprattutto la riforma delle
pensioni e il Tfr. Fischi e applausi per Epifani, Angeletti
e Bonanni, e richiesta di maggiore autonomia
Ventisei anni di lontananza metterebbero alla prova
qualsiasi consolidata amicizia. E l’amministratore delegato
della Fiat Sergio Marchionne ieri ce l’ha messa tutta perché
il “ritrovarsi” tra i vertici sindacali e le tute blu di
Mirafiori dopo quel lontano, e difficile, 1980, fosse degno
del più emozionante “C’è posta per te”. Ha allestito a
puntino l’immenso capannone della “sala test” della “porta
8”, un riguardo che la Fiat non aveva avuto nemmeno per
Sergio Cofferati, ed ha pure permesso ai giornalisti di
assistere in diretta all’evento. Ma la ruggine c’è. E si
vede. E se sulla legge finanziaria tra Epifani e i
lavoratori fila tutto più o meno liscio - con qualche
protesta su ticket e cuneo fiscale - quando il discorso si
sposta sull’agenda del 2007, la famosa “fase 2”, il clima si
surriscalda improvvisamente. E si capisce anche perché. Qui
di lavorare non ne possono davvero più: che siano
incentivati o disincentivati, usurati o meno, i lavoratori
della Fiat non intendono rimanere un minuto in più di quanto
già previsto dalla riforma Dini. Lo scalone? «Semplice si
toglie e basta», dicono. «Non c’è scritto così nel
programma?», chiedono con l’aria di sfida, e di chi sa di
quel che parla. Ma c’è anche un altro argomento che nessuno
riesce a digerire più di tanto: il tavolo sulla
produttività. Anche in questo caso lo slogan è “abbiamo già
dato”. Ad urlarlo sono soprattutto le donne, in prima fila
sulle transenne che dividono l’area del palco e il parterre
invaso da circa 3mila lavoratori. Della flessibilità di
Montezemolo ne hanno abbastanza, insomma. E nessuna voglia
di concedergli mano libera sugli orari di lavoro. Loro,
costrette ad azzerare i confini tra tempi di vita e tempi di
lavoro, sostengono una cosa molto semplice: «Non accetteremo
di barattare qualche precarietà in meno con ulteriori
carichi».
«È esattamente quello che abbiamo rifiutato un anno fa
quando si trattò di rinnovare il nostro contratto»,
sottolinea Pina che apostrofa per bene un impiegato salito
sul palco a perorare la causa dell’unità e dell’uguaglianza
tra le diverse mansioni. «Precarietà e flessibilità sono la
stessa cosa», dice un operaio della Power Train, azienda
“esternalizzata” dalla Fiat nei giorni scorsi, «e per noi
che non abbiamo amici si mette male». Insomma, anche per un
“lupo di mare” come Guglielmo Epifani la giornata di ieri
non è stata per niente facile. Ha dovuto fronteggiare la
ruvidezza degli operai, i fischi dei sindacalisti dell’Ugl,
messi a tacere al grido di “venduti, venduti” dagli stessi
lavoratori, le domande dei giornalisti sorpresi da
un’assenza unitaria che durava da così tanto tempo, il
“memorandum” dei rappresentanti della Fiom che hanno
riproposto l’urgenza del referendum sugli accordi. Ad
Epifani, che preferisce la parola “consultazione” basta
formulare la promessa. Ad Angeletti, invece, impegnato
all’assemblea davanti alla porta 33, i lavoratori glielo
hanno fatto sottoscrivere nero su bianco con tanto di ordine
del giorno. Il segretario della Cgil ha preso anche un altro
impegno: «Se chiedono uno scambio sulla produttività la
risposta è no». Basterà a ricucire 26 anni di un rapporto
sfilacciato? Loro, le tute blu, danno l’impressione di aver
accuratamente preso nota di tutto. Il segretario della Cgil,
che sta sul palco per quasi due ore di fila, parla
scegliendo accuratamente le parole e parando colpo su colpo.
Le pensioni? «Certo, lo scalone va tolto. Poi si vedrà come
finanziare l’operazione». Il terreno è scivoloso. Anche
perché il memorandum sta lì come un macigno. Epifani parla
della necessità di un accordo unitario, ma non si capisce
bene su quali basi visto che mentre lui accenna alla
«verifica della Dini», il suo collega della Cisl, Raffaele
Bonanni, mostra di aver imparato a memoria il tormentone
sull’allungamento delle aspettative di vita degli italiani.
Il segretario della Cgil tenta anche di convincere i
lavoratori che separare il trattamento di fine rapporto dai
destini dell’azienda in fondo è un bene. «Mi arrabbio -
sottolinea - quando sento parlare di scippo del Tfr».
Bastano un paio di interventi però per rendersi conto che
non è aria. C’è da giurare che di quei soldi i lavoratori
vogliono fare una specie di trincea. Sono pronti a ringhiare
se qualcuno si avvicina. E allora Epifani ripiega sulla
proposta di alzare il rendimento del Tfr nel caso in cui il
singolo dovesse scegliere di non destinarlo ai fondi
pensione. «Vedremo. Ne discuteremo con il governo»,
aggiunge. Ma proprio quella di essere «troppo amico» del
governo è l’accusa che gli viene mossa con più forza e più
frequenza. Che si tratti di urla di crumiri e di sindacati
di destra o di lavoratori della stessa Cgil, la diffidenza
verso i passaggi troppo teneri di Epifani si sente: «Abbiamo
scioperato con Berlusconi, perché non possiamo farlo anche
adesso?» arriva a chiedere un operaio. «Il mondo del lavoro
è profondamente scontento della Finanziaria e soprattutto
indisponibile ad aumentare l’età pensionabile, a peggiorare
le condizioni di lavoro con il patto sulla produttività, a
continuare i sacrifici sui salari» ha commentato Giorgio
Cremaschi, portavoce di quella Rete 28 aprile che
recentemente è entrata in contrasto con la linea di Epifani.
Del resto, sono proprio i soldi ciò che manca di più a
questa platea di tute blu. Enrico, 45 anni, non ha problemi
ad ammettere che ancora chiede un aiuto ai suoi genitori,
80enni, che sono rimasti al paese, al Sud. Quel meridione da
cui lui è emigrato tanti anni fa e che oggi in qualche modo
“lo mantiene”. Sentire da Epifani che potrà avere qualcosa
dalla finanziaria, grazie agli sgravi per le famiglie, non
lo riempie di gioia, ma un po’ lo consola. Da qui a dire che
questa è la finanziaria del sindacato, però, ce ne passa. I
rappresentanti sindacali l’hanno ripetuto fino a sgolarsi. E
le tute blu l’hanno sottolineato con applausi convinti.
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Fabio Sebastiani (venerdì 8
dicembre)
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