Angeletti a favore, Cremaschi contro. I «riformisti» dell'Unione con Montezemolo, ma Pdci e sinistra Ds attaccano la legge 30
Il patto per la produttività divide sindacato e sinistra
Antonio Sciotto
 


La proposta della Confindustria di firmare un «patto per la produttività», insieme alla strenua difesa della legge 30 da parte degli industriali, divide il sindacato e la sinistra. Gli imprenditori hanno messo il turbo e sono decisissimi ad aprire il tavolo già dai primi di gennaio, ponendo paletti invalicabili: la flessibilità del lavoro, guadagnata grazie a riforme come il pacchetto Treu e la legge 30, è indispensabile e non si può tornare indietro, pena la perdita di competitività delle aziende. Bisogna dotare dunque i nuovi lavoratori di ammortizzatori e formazione, perché non si sentano precari. Tesi, queste, che i «riformisti» dell'Unione sono pronti a sottoscrivere: D'Alema, appoggiando l'idea del patto per la produttività, affermava a Sesto san Giovanni che «serve più flessibilità e meritocrazia, ma meno precarietà». Piero Fassino, in un'intervista all'Unità, identifica la riforma del mercato del lavoro con «la messa in campo degli ammortizzatori sociali»: come dire, si tace del tutto quanto contenuto nel programma dell'Unione, che invece parla di «contrarietà» e di «superamento della legge 30» e di una profonda revisione di contratti a termine, interinale, appalti. Tocca il tema, invece, il ministro del lavoro Damiano, che ieri si limitava a spiegare che «il governo sta applicando il programma dell'Unione»: in effetti il ministro annuncia di voler abrogare il job on call o lo staff leasing, ma sarebbe poca cosa dato che non li utilizza nessuno. Più difficile si presenta la riforma dei contratti a termine, su cui la Confindustria è pure contraria, mentre sui cocoprò Damiano è deciso: punta a non eliminare questa forma contrattuale, ma al massimo a parificarne i costi a quelli del lavoro dipendente.
La Uil, con Angeletti, ieri si è detta pronta al patto per la produttività, «a patto di avere in cambio più salario». Anche la Cisl è favorevole a flessibilizzare gli orari in cambio di maggiore salario, ed entrambi i sindacati propongono di detassare gli aumenti legati alla produttività. Quello che vorrebbe la Confindustria è poter ordinare i cambi di orario in azienda senza doverli contrattare con le Rsu. La Cgil potrebbe essere l'ago della bilancia, ma ieri Guglielmo Epifani è rimasto abbottonato: «La posizione della Cgil sulla produttività è nota e non cambia». Finora la Cgil si è sempre detta contraria allo «scavalcamento» delle Rsu, affermando però di voler valorizzare la contrattazione di secondo livello con una «flessibilità contrattata» in azienda. Anche sulla precarietà la Cgil avrebbe tesi completamente opposte a quelle della Confindustria, contenute nelle proposte di legge firmate da 5 milioni di cittadini e nelle posizioni congressuali: ma oggi nel paese non è attivata nessuna campagna per sostenerle e rilanciarle. Più netto Giorgio Cremaschi, segretario Fiom e leader della Rete 28 aprile Cgil: «Nessuna trattativa e nessun patto sono possibili: Confindustria dimostra di volere una produttività fondata sulla precarietà e sull'intensità dello sfruttamento».
Dalla sinistra dell'Unione ieri non è emersa una presa di posizione del Prc (anche se è nota la sua volontà di abolire la 30), ma il Pdci e la sinistra Ds si sono detti contrari al mantenimento della «Biagi». Per Pino Sgobio (Pdci), la 30 «va abrogata o al peggio profondamente riformata: non si può pensare a modificare solo gli ammortizzatori sociali». Gloria Buffo (Ds) è polemica con Fassino: «La legge 30 si deve cambiare, eccome. Fassino deve ribadire a Confindustria ciò che è scritto nel programma. Perché i riformisti dell'Unione non lo dicono più? Se questa è la "fase 2" inaugurata dai fautori del Partito Democratico, allora non siamo proprio d'accordo».