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Confindustria accoglie l'invito di D'Alema
sul nuovo patto concertativo. E difende la legge «Biagi»
Montezemolo:
la 30 non si tocca
La «fase
2» di industriali e riformisti dell'Unione dopo la finanziaria:
ottenere orari flessibili e pensioni più leggere in cambio di una
«minore precarietà». Che per le imprese vuol dire soltanto
ammortizzatori sociali. Chiamando i sindacati a ratificare
Antonio
Sciotto
Roma
La nuova
offensiva, quella della «fase 2» post-finanziaria, è già partita
prima di affettare il panettone, e l'hanno sferrata i «riformisti»
dell'Unione insieme alla Confindustria: si chiama «riedizione del
patto sociale», «nuova concertazione», o, se preferiamo, si può
utilizzare l'espressione coniata dalla Confindustria e fatta propria
dal vicepresidente del consiglio Massimo D'Alema: il «patto per la
produttività». La proposta è venuta dal workshop di Italianieuropei
a Sesto San Giovanni, dove il vicepremier ha detto di «condividere
pressoché totalmente l'impostazione di Montezemolo» sulla necessità
di «un patto per la crescita, la competitività e la produttività»,
«un nuovo patto tra le parti sociali per il quale siamo disposti a
metterci in gioco anche noi». Luca Cordero di Montezemolo non si è
fatto scappare l'impegno, peraltro ribadito con gli stessi termini
dal sottosegretario Enrico Letta, e ha replicato: «Siamo
disponibili, chiediamo più produttività ma offriamo, in cambio, più
salario». Queste le parole al seminario di domenica, ma ieri la
Confindustria ha rincarato, emettendo un documento più che mai
esplicito sulla legge 30 e la regolazione del mercato del lavoro.
Riferendosi alla querelle linguistica che per mesi ha impegnato il
centrosinistra sul destino della cosiddetta «legge Biagi», viene
espressa «la convinta contrarietà del sistema Confindustria ad ogni
ipotesi di abrogare, cancellare, superare, cambiare le normative che
hanno introdotto alcuni principi di flessibilità organizzativa».
L'unico intervento da attuare, parola dello stesso Montezemolo, è
«integrare la Biagi con gli ammortizzatori sociali».
Ma cosa dovrebbe prevedere questo nuovo patto concertativo sul
lavoro? Non è altro che il tema dei prossimi tavoli da aprire a
Palazzo Chigi, appunto quelli della «fase 2», dove si discuterà da
un lato di flessibilità, precarietà e mercato del lavoro, e
dall'altro della revisione del sistema pensionistico, in base
all'ormai noto «memorandum» siglato da governo e sindacati. A parte
l'ulteriore alleggerimento del pilastro pensionistico pubblico, in
modo da pagare in prospettiva sempre meno contributi, quello che
chiede la Confindustria sul fronte del lavoro si sa bene: più
flessibilità nella gestione degli orari, permettendo alle aziende di
ordinare delle modifiche improvvise in base alle esigenze del
mercato, senza dover passare per la contrattazione con le Rsu
(perché secondo gli industriali rallenterebbe la risposta alle
commesse, e dunque la stessa efficienza delle imprese).
Dall'altro lato, seppure ufficialmente ribadisca la contrarietà a
cambiare le norme sul lavoro, è probabile che nell'ottica dello
scambio la Confindustria accetti morbide modifiche alla legge 30,
cancellando ad esempio tutte quelle forme come il job on call e lo
staff leasing che praticamente nessuno utilizza. Ma guai a toccare
nodi sensibili come le cessioni di ramo d'impresa o i lavori a
progetto, vero nucleo della 30 e mezzi che permettono un forte
risparmio dei costi e la possibilità di rispondere velocemente al
mercato (i rami di azienda si cedono con i relativi lavoratori
quando non servono più, con una sorta di licenziamento mascherato; i
cocoprò non sono altro che dipendenti a metà prezzo, licenziabili
alla bisogna).
Temi, quelli della riforma delle pensioni e di una modifica soft del
mercato del lavoro, che ovviamente trovano sensibilissimi i
«riformisti» dell'Unione. Ieri, dunque, il documento confindustriale
ha ribadito come sia «profondamente sbagliato puntare il dito contro
le riforme degli ultimi dieci anni: contrastare la flessibilità
regolamentata, dal pacchetto Treu alla Legge Biagi, ha l'unico
effetto di limitare la competitività delle imprese». In conclusione,
si invita addirittura l'esecutivo a non agire per via legislativa:
«Non può che essere di competenza delle parti sociali declinare,
regolamentare e contenere o incrementare le opportunità previste
dalle norme legislative, senza nuovi interventi che potrebbero
ledere le delicate dinamiche negoziali». Come dire: la cosiddetta
«fase 2» dovrebbe spingere il governo a mettere da parte il
programma, dove si parlava di «contrarietà e superamento della legge
30», lasciando la materia a sindacati e imprese. E il mandato dato
dai cittadini attraverso il voto dove andrebbe a finire?
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