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La
trappola delle pensioni
Il sistema
pensionistico, un «pilastro» del sistema economico del dopoguerra,
in via di liquidazione.
Parla l'economista
Giovanni Mazzetti
E autore de “Il
pensionato furioso” (Bollati Boringhieri)
Francesco Piccioni-
MANIFESTO 1-12-2006
Dalla «riforma Dini» in poi il sistema
pensionistico è stato più volte modificato. A gennaio partirà
l'ennesimo «tavolo» con obiettivo una nuova «riforma». Ma in quale
direzione ci si sta muovendo?
La scelta del sistema a ripartizione, retributivo, era
stata mal calcolata?
Fu una scelta meditata,
come la maggior parte delle scelte dell'epoca. Basti pensare al
sistema sanitario nazionale o alla scuola dell'obbligo
generalizzata; partono dal riconoscimento di una situazione nuova.
Siamo usciti da una situazione di miseria e di bassa produttività, e
siamo in grado di andare incontro a una quantità crescente di
bisogni. Questo implica un aumento della produttività e la crescita
dei bisogni e dei consumi delle grandi masse per garantire uno
sbocco alla produzione. Se non c'è questo il sistema si avvita su se
stesso. Come poi è successo quando hanno cominciato ad imporci la
«politica dei sacrifici».
Un investimento sul futuro...
No, un investimento sul
presente. Quando si decide di passare al retributivo, lo si fa
perché si ritiene il sistema in grado di soddisfare su scala
allargata i bisogni, e se non interviene questa soddisfazione il
sistema si inceppa. E' quello che accade anche dal lato «privato».
E' lì che esplode il consumismo.
Quella scelta aveva dunque un effetto «virtuoso» sul
sistema produttivo, garantendo anche alla parte di popolazione che
usciva dalla produzione un livello di consumi adeguato.
Emancipava gli anziani,
dalla dipendenza familiare, per esempio. Prima la maggior parte dei
vecchi stava a casa dei figli. Ora circa il 70-80% delle persone
anziane vive autonomamente. Pensa invece al futuro, quando ci sarà
una copertura dell'assegno pensionistico pari al 35-40% dell'ultima
retribuzione. Come potrà non dipendere dai figli?
Un ritorno all'indietro...
Sì, ma più andiamo avanti
in questo modo, più il regresso sopravviene.
L'obiezione del senso comune è però: come facciamo a
pagare le pensioni, se non ci sono i soldi?
Il problema è che i soldi
ci sono, ma non circolano perché ci sono sistematicamente politiche
restrittive. Noi abbiamo disoccupati, strumenti produttivi e
capitali monetari per soddisfare bisogni molto più di quanto non
stiamo facendo. Vengono tenuti fermi perché se garantisci agli
individui le condizioni dell'esistenza, mettendoli a soddisfare i
bisogni che possono essere soddisfatti, il potere del denaro
sparisce.
Si usa il tfr per realizzare il «secondo pilastro». Cosa
cambia?
Affidiamo al capitale
finanziario un risparmio del lavoratore che poteva essere usato
anche come prima fonte di finanziamento delle aziende. Il guadagno
speculativo è un'appropriazione predatoria di risorse e da questo
punto di vista è addirittura meglio che si rivolga a mercati esteri.
E' uno spostamento di risorse dai consumi e dalla produzione alla
speculazione.
L'impressione è che si stia passando da un sistema che
garantisce la pensione più il tfr a uno che al massimo garantirà,
con due «pilastri», l'assegno prima garantito da uno solo.
Il tfr, cercano
di eliminarlo. Io non sono d'accordo con chi, anche a sinistra, si
limita a dire che «bisogna dare al lavoratore la possibilità di
scegliere sulla destinazione del tfr» e spinge per farlo trasferire
al l'Inps per incrementare la copertura pensionistica. Questo è già
un «arrendersi» alla posizione dell'avversario, ma è un senso comune
che si è imposto ai sindacati. Ignorano completamente il discorso
relativo alla produttività. Questo spiega perché inseguono solo
l'aumento dell'inflazione e non puntano sui guadagni di
produttività.
Non viene compresa la funzione economica della
produttività?
Esatto E allora il problema
è il costo del lavoro che deve essere contenuto. Già quando si dice
che le pensioni devono essere «commisurate ai contributi» si accetta
che il denaro è «misura adeguata» della disponibilità di risorse. Si
torna a ragionare come nel 1920, prima di Keynes. Ad esempio, per
misurare la produttività si prende il Pil e lo si divide per il
numero delle ore lavorate; però l'aumento della produttività
determina anche una diminuzione del valore del prodotto. Un computer
dieci anni fa costava il triplo di oggi, ma ora consente di fare
molte più cose tutte insieme. Chi è fermo su quella definizione di
produttività non vede che è aumentata perché il prezzo non la
registra. Se prendi come misura il Pil, non puoi misurare la
variazione di produttività, che pure crea ricchezza materiale. Se
pensi che per creare ricchezza prima devi avere «i soldi», ecco che
cadi nel circolo vizioso. Invece Keynes - e ancor prima Marx, che
diceva che i «lavoratori devono appropriarsi del proprio
plusprodotto» - ha in mente questo. Se quando si realizza un
incremento di produttività non garantisci anche uno sbocco
all'aumento di produzione, quel di più non verrà prodotto. E la
società si incarta.
E' la stessa trappola che scatta quando si parla della
«gobba»?
E' ridicolo. Si dice che
bisogna intervenire sulle pensioni perché da qui a 15-20 anni ci
sarà un aumento della spesa pensionistica dell'1-2%. Se aumenta il
numero degli anziani sul totale della popolazione, «si spera» che
aumenti anche la spesa pensionistica. Per la semplice ragione che
«la spesa» è la condizione di qualsiasi attività produttiva. E
invece si ragiona come se, togliendo soldi agli anziani, questi
verranno spesi da qualcun altro. In sostanza si dice: lasciate fare
ai capitalisti, che i soldi li spenderanno certamente. Se non li
spendono è perché voi «disgraziati» li state sperperando. Questa era
la teoria prekeynesiana.
Che nel 1929 ha subito un piccola confutazione...
E' miseramente
crollata. E solo dopo la seconda guerra mondiale - non prima -
finalmente Keynes ha ascolto. Lì il mondo cambia radicalmente. Prima
della guerra in Italia c'erano sì e no un milione tra automobili e
camion, adesso siamo a 40 milioni. Le case erano un terzo, di
elettricità ne consumavamo un trentesimo rispetto a oggi. Se tu
parli con la sinistra anche più radicale oggi, ti dicono che il
problema è quello di «espandere l'offerta». Cadono nella trappola
della concorrenza. Per esempio: la Germania sui mercati riesce a
vendere, perché non dovremmo farlo pure noi? In Germania hanno anche
cinque milioni di disoccupati, staranno pure meglio sui mercati
internazionali, ma stanno nei guai come noi.
Anche in Germania si propone una «riforma del sistema
pensionistico» che aumenta l'età pensionabile.
Certo. Il
pensiero è sempre universale. Così come quello keynesiano investiva
tutti i paesi europei, ora quello opposto ci investe tutti. Se
interverrà un rovesciamento, sarà un'altra volta generale.
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