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articolo di
Stefano Raiola, pubblicato su "il Manifesto" del 26
novembre.
Da una parte governo, sindacati e squali della finanza,
pronti a spartirsi potere e denari del trasferimento del Tfr
ai fondi pensione. Dall’altra una piattaforma (Rete 28
aprile della Cgil, Cobas, Unicobas, Attac, Sult e molti
altri) che si oppone fortemente ad una riforma – quella del
trattamento di fine rapporto – che sembra un’altra fase di
quel processo iniziato nei primi anni ’90 e che vede la
costante ridislocazione di risorse, dai lavoratori a favore
del sistema finanziario.
La disparita’ di forze in campo e’ impressionante, ma non
meno impressionante e’ la posta in gioco. Un dato su tutti:
il trasferimento del Tfr ai fondi pensione vale circa 19
miliardi di euro l’anno. Una somma per cui competono tutte
le società di gestione del risparmio italiano (sgr), che nel
96% dei casi appartengono a banche e assicurazioni.
Ma se questo e’ cio’ che i poteri forti si giocano, i
lavoratori mettono sul tavolo qualcosa di ancora piu’
prezioso: il diritto a vedersi garantita una pensione
dignitosa, cosa per cui hanno lavorato, o dovranno lavorare,
una vita intera.
Dal 1 gennaio 2007 i lavoratori dipendenti avranno sei mesi
di tempo per decidere se trasferire il Tfr che maturerà
partire da questa data nei fondi pensione, oppure lasciarlo
all’azienda presso la quale sono impiegati (all’Inps se
l’azienda supera i 50 dipendenti). I sei mesi sono
perentori, nel senso che se non si decide entro il termine
prestabilito, il Tfr entrerà automaticamente a far parte dei
fondi pensione aziendali (chiamati anche “chiusi” o
“negoziali”). La legge infatti prevede l’applicazione della
clausola del silenzio-assenso, una pratica commerciale a dir
poco discutibile, degna dei piu’ smaliziati televenditori.
Ma come funzioneranno i fondi pensione? Quali garanzie
offriranno? Partiamo dal fatto che sono istituiti per
integrare i redditi da pensione che saranno sempre piu’
bassi nel corso degli anni, i fondi pensione funzionano come
un qualsiasi altro fondo di investimento: acquistano
obbligazioni, azioni e titoli di stato – componendo un
portafoglio piu’ o meno rischioso, e quindi (forse)
redditizio – con lo scopo di remunerare il piu’ possibile il
capitale investito. Questo significa che sono integralmente
esposti ai movimenti del mercato. In altre parole i
rendimenti dichiarati sono solo virtuali, garantiti fino
alla prossima bolla speculativa, o al prossimo Bin Laden.
Il mercato e’ talmente sovrano che alle donne che decidono
di aderire ai fondi, a parita’ di risorse versate, viene
riconosciuto un rendimento inferiore rispetto agli uomini,
perche’ hanno una aspettativa di vita piu’ lunga. Ma c’e’ di
piu’: la maggioranza dei fondi pensione e’ assicurata contro
il rischio di longevita’ dei propri iscritti. Ti pagano
cioe’ finche’ quello che hai messo resta superiore o uguale
– al netto di commissioni varie e costi fissi – a quello che
hai versato. Poi, o muori di tuo, o deve intervenire
un’assicurazione per ripagare il “danno” che hai provocato
al fondo.
Queste sono solo alcune delle distorsioni che la piattaforma
del “no Tfr ai fondi pensione” si propone di combattere
attraverso una campagna di informazione e mobilitazione (le
cui modalita’ saranno delineate nell’assemblea nazionale del
prossimo 1 dicembre) che contrapporra’, al silenzio-assenso,
un rumoroso dissenso.
Sara’ una partita difficile, perche’ i lavoratori non
potranno contare ne’ sull’appoggio dei sindacati (che, nei
luoghi di lavoro, sosterranno quasi sempre il passaggio ai
fondi), ne’ su quello dei mezzi di informazione che si
dimostrano sempre molto sensibili agli interessi economici
in gioco. C’e’ da scommettere che si sprecheranno le pagine
dei quotidiani dedicate ad elencare i vantaggi dell’uno e
dell’altro fondo. Ma forse in pochi scriveranno che una
volta trasferito il Tfr in un fondo pensione si perdera’ in
molti casi il diritto a richiederne un anticipo, a meno di
dover accettare una decurtazione proporzionale del
rendimento finale.
E’ piu’ che probabile che Vespa ospitera’ nel suo salotto un
esperto per spiegare che la crescita dell’economia americana
e’ dovuta proprio alla diffusione dei fondi pensione, e che
oltreoceano i lavoratori non hanno nessuna remora ad
affidare i propri risparmi ad una “srg”. Chissa’ pero’ se si
ricorderanno anche di sottolineare che negli Usa, se non
altro, il falso in bilancio o la bancarotta fraudolente
costano 20 anni di carcere. In Italia sono gratis. O quasi.
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