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Come tutte le mattine anche oggi
vado sul sito internet della
Cgil, dove trovo “Stralci della
relazione introduttiva del
segretario generale al comitato
direttivo” e leggendola apprendo
che, a causa della
partecipazione di alcuni alla
manifestazione del 4 novembre,
“un problema si pone”. Un
problema apparentemente
sollevato dal comunicato dei
Cobas con i suoi insulti alla
persona del ministro del lavoro.
Un problema sostanzialmente
preesistente a quel comunicato e
riconducibile alla non
condivisione di larga parte del
gruppo dirigente della CGIL a
quella iniziativa.
Leggendo la relazione del
segretario ci sono tre cose che
mi hanno colpito: le parole
sulla violenza, le parole sulla
Fiom, le parole su Giorgio
Cremaschi.
1) La violenza - Nella relazione
del segretario generale si
legge: “…dobbiamo affrontare con
la massima determinazione e
senza alcuna ambiguità, o
sottovalutazione nei confronti
delle violenze praticate e di
quelle verbali, perché si può
essere violenti con i fatti e
con le parole, e dobbiamo tenere
una linea di assoluta
fermezza….”. Il segretario
generale ha perfettamente
ragione quando dice che ci sono
diversi modi di esprimere
violenza. E’ vero, si può essere
violenti nei fatti e con le
parole. Ma non solo. Si può
essere violenti anche in altri
modi. Anche con l’assenza. Con
l’assenza dai luoghi concreti
dove le persone che lavorano
fanno sempre piu’ fatica a
capire chi li rappresenta. Si
può essere violenti con il
silenzio tutte le volte che il
tuo silenzio toglie un pezzo di
speranza ai lavoratori e a chi
si sforza con fatica di
rappresentarli, oppure quando
alimenta la paura di essere
emarginati o allontanati per le
proprie idee. Si può essere
violenti con l’inchiostro quando
si appone la propria firma sotto
accordi o contratti senza tenere
conto dell’opinione delle
persone a cui quegli accordi si
applicano e che possono
legittimamente sentirsi
espropriati di un loro diritto,
a parole sempre riconosciuto ma
spesso disatteso nella pratica.
Ci sono forme di violenza che
non appaiono in modo eclatante,
che non conquistano i titoli dei
giornali, ma che non per questo
fanno meno male. Sono piu’
difficili da affrontare degli
insulti sciocchi, e forse per
questo tendono ad essere
sottovalutate, ma le loro
conseguenze possono essere
devastanti e non solo dal punto
di vista soggettivo.
2) La Fiom - Nella relazione del
segretario generale si legge:
“Nel momento in cui la Fiom, che
aveva avuto mandato dal suo
Comitato centrale e le due aree
programmatiche, Lavoro e società
e Rete 28 aprile, hanno deciso
di restare dentro quel corteo,
e’ evidente che un problema si
pone e non perche’ lo dice il
segretario generale, ma perche’
siamo in presenza di un atto di
segno diverso”. Non e’ certo la
prima volta che si assiste alla
messa in discussione le scelte
della Fiom in quanto “atti di
segno diverso”. Ma diverso
rispetto a cosa? Certamente
diverso rispetto al recente
comunicato della segreteria
confederale sulla manifestazione
del 4 novembre, ma non diverso
dal documento conclusivo del XV
congresso della Cgil, che e’
stato approvato a larga
maggioranza e che recita
“Combattere la precarieta’ per
la Cgil vuol dire cancellare la
legge 30”. E poi, chiediamocelo,
e’ solo la Fiom a compiere “atti
di segno diverso” ? Quando si
firma un contratto nazionale
come quello dei chimici, che
prevede la possibilita’ di
derogare in peggio a livello
aziendale su temi come l’orario
e l’organizzazione del lavoro, e
che evidentemente si discosta
nettamente dalla posizione della
Cgil sul ruolo della
contrattazione nazionale, non
siamo in presenza di un “atto di
segno diverso”? A me parrebbe di
si, ma questo caso evidentemente
non pone un problema. Quando si
firma un avviso comune come
quello sui call center che
contraddice le posizioni
congressuali non si tratta di un
“atto di segno diverso”? E
allora perche’ non estendere a
tutti questi casi la richiesta,
espressa nella relazione del
segretario, “di valutare se
queste considerazioni pongono
una questione vera oppure no, e
di riflettere insieme sul
perche’ di comportamenti cosi’
diversi”? Perche’ se si usano
due pesi e due misure diventa
difficile comprendere la logica
su cui si basano certe
argomentazione e si potrebbe
essere indotti a sospettare che
si sia in presenza di una logica
di segno diverso rispetto a
quella aristotelica che, come e’
noto, si basa sul principio di
non contraddizione.
3) Giorgio Cremaschi – In genere
non si fanno nomi e questa
regola va assolutamente
rispettata, soprattutto se il
nome e’ quello del ministro del
lavoro, ma se il nome e’ quello
di Giorgio Cremaschi si puo’
anche fare un eccezione. Il
nominato ha infatti commesso il
torto di augurare una buona
riuscita allo sciopero
proclamato da un sindacato
diverso e la sostanza del
problema sembra consistere nel
fatto che questo atteggiamento
da parte di un dirigente della
Cgil non si era mai visto. Se
fossi il segretario della Cgil,
mi chiederei seriamente fino a
che punto le ragioni che hanno
spinto un altro sindacato a
proclamare uno sciopero generale
siano vicine alle idee e ai
problemi concreti dei
lavoratori. Perche’ se fosse
cosi’ ci sarebbe da porsi un
problema molto piu’ profondo e
importante della dichiarazione
di un singolo dirigente, e se
invece non fosse cosi’ la
suddetta dichiarazione sarebbe
del tutto irrilevante. Ma nella
relazione del segretario non
troviamo queste valutazioni;
troviamo invece un avvertimento
un po’ minaccioso: “avverto che
qui si sta superando un limite”.
A chi e’ diretto questo
avvertimento? A un singolo
dirigente, o a tutti coloro che
la pensano in modo simile? Se
Giorgio Cremaschi ha fatto
qualcosa che non si era mai
visto, l’avvertimento del
segretario generale richiama
alla memoria atteggiamenti che
purtroppo abbiamo gia’ visto
molte volte nella storia delle
organizzazioni di sinistra, e
non solo in Unione Sovietica. Di
conseguenza puo’ darsi che sia
preferibile il “mai visto”. |