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Cara Liberazione,
siamo un gruppo di lavoratori che ha aderito al
fondo per la pensione integrativa. Il fondo si
chiama Cometa
in quanto lavoriamo in un’azienda
metalmeccanica. Eravamo in molti nella nostra
azienda ad aver aderito al Cometa ma in questi anni
diversi di noi si sono sospesi, non vogliono versare
più al fondo né il salario né la liquidazione.
In questi giorni
abbiamo appreso che anche se abbiamo disdetto il
fondo il nostro TFR continuerà ad affluire al Cometa
e che la nostra disdetta non è servita a nulla. Ci
sarebbe un decreto che lo stabilisce.
Ci pare una presa in giro è impossibile che per
decreto portino via la liquidazione.
Potete darci
qualche delucidazione?
Lettera firmata.
RISPONDE SANTE MORETTI
Da diverse
aziende delegati sindacali e singoli operai ci
chiedono se è corretto e legale che la sospensione
dei versamenti al fondo pensione non comprenda il
TFR. La legge
finanziaria anticipa di un anno la parte della legge
del centro-destra sulle pensioni relativamente alla
previdenza integrativa, nel consiglio dei ministri
Paolo Ferrero di Rifondazione Comunista ha espresso
voto contrario.
Il COVIT,
l’organismo che autorizza la costituzione dei fondi
e ne approva gli statuti ha emanato una disposizione
a cui i fondi dovranno adeguarsi. Lo ha fatto prima
ancora che la legge finanziaria fosse approvata e
dando per certo che il decreto legislativo n. 252
del dicembre 2005 non subirà modifiche. Nello
statuto secondo una decisione assunta dal COVIT il
31/10/2006 gli statuti nella parte terza
(contribuzione e prestazione) all’art. 8
(contribuzione) il comma 6 dovrà recitare così: «In
costanza del rapporto di lavoro l’aderente ha la
facoltà di sospendere la contribuzione a proprio
carico, con conseguente sospensione dell’obbligo
contributivo a carico del datore di lavoro, fermo
restando il versamento del TFR maturando al fondo».
Il COVIT precisa che dal primo gennaio 2007 non sarà
più possibile sospendere il versamento del TFR.
Ovviamente i dirigenti del Cometa, che sono
obbligati a recepire questa norma nello statuto,
hanno immediatamente diffuso la notizia ritenendola
un deterrente per quanti volevano, con la disdetta,
poter tornare in possesso del TFR maturando pur
rinunciando alla quota di salario che il contratto
prevede affluisca ai fondi pensione.
Che dire? Intanto il tempismo e l’efficienza del
COVIT più che lodevole pare sospetto: si
precostituisce con una evidente forzatura il
principio secondo cui il TFR non è salario, non solo
ma che l’adesione ad un fondo non è revocabile e
nemmeno si può cessare di versare.
Il decreto
legislativo 252 non mi risulta che imponga quella
modifica statutaria e stabilisca che la disdetta e
sospensione dei versamenti attenga ad una sola voce,
cioè la quota di salario contrattuale.
Tutti sindacati,
esperti, economisti, giuristi considerano il TFR
salario anche se differito.
Una vicenda come
questa ci dice che le forze in campo che spingono
verso la previdenza integrativa, sono tante, ben
organizzate, decise.
Spiace che i
sindacati confederali ed in particolare la CGIL
abbiano sposato la previdenza integrativa come unica
risposta al ridimensionamento di quella pubblica.
Almeno, nell’ambito della gestione della previdenza
integrativa, si salvaguardi il diritto elementare di
poter decidere in qualsiasi momento del proprio
salario.
L’anticipo di un
anno della normativa relativa alle previdenza
integrativa non esclude, anzi impone una modifica
dello stesso decreto che, se non ricordo male, fu
certificato dagli stessi sindacati.
Mi auguro che i sindacati ragionino su questa
“aberrazione” che il COVIT ci ripensi, altrimenti
non rimane altra strada se non il ricorso alla
magistratura.
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