Resa dei conti in Cgil ?

Si parla di "regole" ma in realtà la posta in gioco è la normalizzazione di una Cgil che ha già deciso il salto della quaglia su pensioni, contrattazione, precarietà e non sopporta che tra le sue file ci siano posizioni critiche che possano dare voce e rappresentanza al diffuso malcontento tra i lavoratori sulla linea dell'attuale segreteria.

Nella sua relazione all'ultimo comitato direttivo,Epifani ha attaccato il fondamento stesso dell'organizzazione sindacale in quanto movimento di massa formato da iscritti che si associano e si organizzano per costruire assieme percorsi di lotta e di emancipazione delle proprie condizioni. Il sindacato insomma non è un partito politico e nemmeno una chiesa ma un movimento che riconosce al proprio interno posizioni diverse purchè pubblicamente esplicitate e che misura sul consenso dei lavoratori l'adeguatezza o meno delle sue proposte rivendicative.

A differenza di un partito che ha come presupposto l'adesione univoca ad una linea ed al suo gruppo dirigente, o di una chiesa, dove vige il reato di lesa maestà a difesa di un capo elevato a dogma poichè considerato "infallibile" ed "intoccabile", il sindacato, fin dalle sue origini è chiamato invece a rappresentare interessi generali e strategie che si compongono di volta in volta a seconda di come si muovono le controparti ed a seconda di come si evolvono i bisogni che si vogliono rappresentare. E' in questo processo che i suoi aderenti si riconoscono, e per questo lavorano assieme, pur nelle differenti valutazioni e nella loro autonomia di comportamento, salvo ovviamente che non si lavori contro gli interessi che si dice di voler rappresentare.

Epifani invece propone con gli anatemi lanciati nei confronti di chi ha aderito alla manifestazione del 4 novembre, ed in particolare su Cremaschi, reo di aver considerato condivisibili gli obiettivi di una manifestazione convocata da altri e non dalla Cgil, una idea vecchia di sindacato, quella cioè per la quale il sindacato è un gruppo omogeneo, disciplinarmente organizzato attorno al suo capo (la segreteria), indifferente alle contraddizioni che nascono dalla sua stessa base se queste non corrispondono col punto di vista del capo. Epifani pensa cioè alla Cgil come ad un partito, o come ad una chiesa.

Ma a guardare bene questa non è una novità.

  • Epifani giudica la finanziaria del Governo la "nostra finanziaria", ma lo dice senza che i lavoratori che lui rappresenta siano stati chiamati a discuterne.

  • Epifani difende l'avviso comune sui Call Center, ben sapendo che l'utilità di quell'avviso comune è rintracciabile solo nel fatto che toglie una patata bollente dalle mani delle aziende, pizzicate dagli ispettori del lavoro.

  • Epifani si accorda per il trasferimento del Tfr ai fondi pensione integrativi col sistema del silenzio assenso, accettando anche che lo Stato possa fare cassa con una parte di quei soldi che sono poi soldi dei lavoratori, ma non si preoccupa di andare a sentire i diretti interessati, che lui dice di rappresentare, se sono d'accordo o no.

  • Epifani firma un memorandum sulle pensioni che apre a pesanti e futuri cedimenti all'insaputa dei suoi rappresentati, e ancora oggi si rifiuta di andarlo a discutere nelle fabbriche.

  • Epifani fa tutto questo dopo un congresso nel quale lui ha chiesto un mandato a condurre la segreteria Cgil per fare cose completamente diverse, e dopo anni di manifestazioni e lotte difficili in cui la Cgil, da sola, ha chiamato milioni di lavoratori a combattere per l'esatto contrario di quello che oggi Epifani dice essere invece cosa giusta.

Epifani si comporta quindi come un segretario di partito (a questo sta riducendo la Cgil) o peggio come il capo di una chiesa, di cui si crede unico proprietario o "infallibile" rappresentante, che non tollera che qualcuno gli ricordi che il suo compito è rappresentare i lavoratori e non decidere di testa sua, che non sopporta chi si dice non d'accordo col suo modo di procedere o interpretare il ruolo che il congresso gli ha affidato su una piattaforma ben precisa.

Epifani parla di "regole", ma è lui il primo a trasgredire la regola fondamentale di un sindacalista e cioè di favorire l'emancipazione del lavoro attraverso una trasparente e democratico coinvolgimento dei lavoratori nelle loro scelte sindacali.

Epifani parla di regole solo quando queste gli servono strumentalmente per mettere all'indice il dissenso interno e non per difendere la democraticità di una organizzazione ma per celebrare l'organizzazione come entità separata, autonoma dalle dinamiche che la giustificano (ossia la rappresentanza dei lavoratori).

Epifani parla di regole che poggiano solo sull'idea di una organizzazione che vive di vita propria, fondata unicamente sui delicati equilibri dei suoi apparati, ed in difesa di questi.

 

Epifani non è stupido, sa benissimo che quanto la Cgil si appresta a fare a gennaio su pensioni, contrattazione, legge 30 aprirà non poche contraddizioni tra i lavoratori e tra i suoi iscritti. Lo ha messo nel conto e non se ne preoccupa (visto che non sembra interessato a coinvolgerli nelle decisioni). Quello che lo preoccupa veramente è semmai che pezzi importanti della Cgil possano rappresentare questa contraddizione all'interno di quella che lui ormai considera "la sua organizzazione".

Che il peso e la protesta della base sindacale possa rappresentare un dispiacevole impedimento allo svolgimento della sua strategia, Epifani lo ha dimostrato proprio sull'avviso comune sui call center. Se la sua difesa di quell'avviso comune, può funzionare fino a che la discussione rimane nelle strutture Cgil (fatte prevalentemente di funzionari) questa scricchiola immediatamente non appena i lavoratori di Atesia vanno di persona alla Cgil nazionale costringendolo a balbettare ed a promettere aggiustamenti di rotta che poi, come si è visto, si dimostrano deboli ed inconsistenti quando chiede ed ottiene (non dai lavoratori ma da altri funzionari sindacali come lui) l'approvazione di quell'avviso comune.

 

A gennaio la Cgil, probabilmente, realizzerà il compimento di quel "giro di boa" avviato con l'insediamento del Governo Amico e per farlo in maniera indolore deve tarpare sul nascere qualsiasi elemento contraddittorio con questa scelta.

E come diceva qualcuno, "se ti vogliono fare fuori non serve che ti attacchino politicamente, basta che ti accusino di aver rubato l'argenteria", così oggi Epifani non discute del perchè si rifiuta di andare a discutere con i lavoratori, ma minaccia di chiamare la magistratura interna a giudicare chi ha pubblicamente riconosciuto che i motivi per cui il 17 novembre il sindacalismo di base ha manifestato sono condivisibili anche perchè, diciamo noi, non così diverse dalle parole d'ordine che la stessa Cgil aveva fino ad ieri sostenuto).

 

Certo c'è anche la polemica sulla partecipazione di Fiom, LSCR, R28aprile, alla manifestazione contro la precarietà del 4 novembre, ma non si possono aprire troppi fronti. In fin dei conti LSCR dichiara di voler rimanere organicamente nella maggioranza, la Fiom pure anche se con maggiori fibrillazioni, ed a questi, dopo aver minacciato strali a non finire lancia solo dei messaggi di richiamo all'ovile.

Ma la R28aprile dichiara con maggiore esplicità la proposta di aprire in Cgil una discussione sulla necessità di una linea alternativa e questa va immediatamente zittita. Solo così si spiega la particolare veemenza nei confronti della Rete 28 aprile e di Cremaschi in particolare.

 

E' chiaro quindi che la posta in gioco non è la valutazione su un singolo fatto. Epifani ha aperto l'offensiva per un vera e propria trasformazione della Cgil.

  • Nel merito, con i maxi tavoli su pensioni, contrattazione, precarietà che Epifani ha già contribuito a costruire senza alcun mandato da parte dei lavoratori ed in palese contraddizione con i risultati del recente congresso.

  • Nell'organizzazione, spingendo l'acceleratore per trasformare un'organizzazione di massa, democratica e partecipativa in una organizzazione autoreferenziale ordinata esclusivamente attorno ai suoi gruppi dirigenti ed in difesa degli accordi tra cordate che l'hanno resa possibile.

  • Nel suo rapporto con la politica, facendo crollare le residuali speranze di indipendenza dal quadro politico ed agendo essenzialmente come corpo di propaganda e di sostegno al Governo amico anche quando a questo Governo bisogna concedere le stesse cose che si sono e si sarebbero rifiutate ad un'altro Governo.

Per gestire questo cambiamento bisogna liquidare ogni contraddizione interna ed in questa logica è utile evitare che i lavoratori, con le loro assemblee possano dire cose diverse, ed è utile emarginare ogni pezzo di struttura sindacale, ogni singolo sindacalista che non si dichiari disponibile ad adeguarsi a questa trasformazione.

 

Quello che succederà in Cgil nei prossimi mesi andrà quindi osservato attentamente, ma una cosa è certa, qualsiasi cosa succederà, anche in materia di provvedimenti disciplinari o comunque repressivi verso le voci che Epifani considera stonate, non riguarderà solo la discussione dei corridoi di Corso Italia a Roma, ma coinvolgerà le fabbriche, i lavoratori ed i delegati. Non si tratterà a quel punto solo di difendere un sindacalista o pezzi di Cgil critica dagli anatemi disciplinari di Epifani, ma si tratterà di aprire una vera e propria lotta contro la trasformazione della nostra organizzazione sindacale in oligarchia e per la rifondazione di un sindacato veramente rivendicativo, democratico e partecipato.

Epifani forse non se ne è accorto ma ha aperto di fatto una fase congressuale in Cgil che, senza aspettare il congresso già si aprirà a gennaio su pensioni, contrattazione, precarietà e democrazia.

 

25 - 11 - 2006

 

COORDINAMENTO RSU