MANIFESTO 22-11-2006
Ma il governo è contro i cantieri
navali?
Alla Camera
Oggi i lavoratori e le segreterie sindacali incontrano
Bertinotti. Ma l'esecutivo tace
Sandro Bianchi**Coordinatore
nazionale Costruzioni navali Fiom Cgil
Oggi il
presidente della Camera riceve una delegazione dei sindacati
metalmeccanici e delle Rsu della Fincantieri. A Bertinotti
chiediamo che il disegno di privatizzazione e quotazione in
Borsa della società venga portato in Parlamento e che il governo
sia chiamato a rispondere su cosa intende fare.
L'incontro di oggi è
positivo, ma evidenzia un aspetto paradossale. Perché non
riusciamo a parlare con il governo? Abbiamo chiesto un incontro
a giugno, ora anche i sindaci delle città dei cantieri si sono
associati alla nostra richiesta. In cinque mesi non c'è stato un
ministro o un vice ministro che si sia fatto vivo. Silenzio
assoluto. Non è uno scandalo?
Nel frattempo solo
indiscrezioni giornalistiche (non confermate, ma mai smentite),
i boatos, l'ineffabile esibizione del viceministro Tononi in
Commissione Trasporti (della serie: «qui lo dico, qui lo nego»).
Il banchiere della Goldman Sachs, cui Prodi ha affidato la
delega per le ex Partecipazioni Statali, ha perso il suo
rigidissimo self control solo per un attimo, sufficiente però a
farsi sfuggire che l'affare vale più di un miliardo di euro: il
bocconcino goloso che l'amministratore delegato di Fioncantieri
ha messo sul piatto del governo per farsi dare il via libera.
Il governo non ci
convoca, per una ragione semplice. Non vuole fare una
discussione aperta su cosa succede dell'ultimo grande gruppo
industriale pubblico, su che fine fa la nostra presenza in un
settore in cui siamo leader.
Dire Fincantieri
significa dire la cantieristica navale italiana. Qui negli
ultimi quindici anni è successo l'impossibile. Un settore dato
per morto è oggi uno dei pochissimi gioielli di famiglia
dell'industria italiana, dopo le privatizzazioni, la
deindustrializzazione, la scomparsa dai settori strategici. Un
libro verde delle Partecipazioni Statali nei primi anni 90 dava
un ordine: settore maturo, dismettere. Di fronte alla
insostenibile concorrenza del Far East (Giappone, Corea del Sud,
la Cina non c'era ancora) la sorte dei cantieri europei appariva
irrimediabilmente segnata.
Che cosa è successo?
Gli esperti, come quasi sempre, si sono sbagliati. La rivolta
dei cantieri impedì chiusure immediate. Da allora, per qualche
strano miracolo, la Fincantieri è stata dimenticata dalle
privatizzazioni e, a differenza di altri settori smantellati o
finiti in mano alle multinazionali, ha potuto riorganizzarsi e
produrre nuove navi. Non ci sono settori maturi, ma solo
prodotti da innovare.
Ma quelli che oggi sono
chiamati a decidere sul futuro di 8 cantieri, due sedi di
progettazione, un centro di ricerca, una società di
sistemistica, una fabbrica di motori - tra diretti, appalti e
indotto 25-30 mila persone - sono gli stessi che allora dissero
che l'uscita dal settore era ineluttabile. Con l'aggiunta che
questa volta possono anche farci dei soldi, un po' di cassa,
come si dice.
Se è così, l'affare
Fincantieri non rappresenta una straordinaria occasione di
battaglia politica per tutti coloro che dicono che bisogna
fermare la finanza, salvare il sistema industriale e rilanciare
lo sviluppo? Perché non provare a farne un caso, uno spartiacque
tra la vecchia politica liberista e una nuova politica
industriale? La sinistra di governo può permettersi di sprecare
un'occasione così concreta e irripetibile?
Ciascuno si prenda le
sue responsabilità. I lavoratori dei cantieri navali, come hanno
sempre fatto, non staranno a guardare. E se dovessimo arrivare a
manifestare sotto le finestre di Palazzo Chigi, non vorrei che
qualcuno ci chiedesse: ma voi siete contro questo governo? La
domanda la facciamo noi: questo governo è contro la
cantieristica navale?
*Coordinatore nazionale
Costruzioni navali Fiom Cgil