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Esprimo il mio netto disaccordo
con la relazione di Epifani. E questa volta non si tratta
solo di riconfermare i diversi giudizi sulla finanziaria o
sull’accordo sui call-center o su quello sul Tfr. Mi pare
che oggi la questione principale non stia in questo ma nel
metodo e nella questione sollevata sui limiti del dissenso.
E’ su questo che c’è oggi il mio più netto disaccordo e
anche la preoccupazione per quello che io considero un vero
e proprio errore politico contenuto nella relazione di
Epifani.
Voglio subito chiarire che per me il dissenso è il dissenso
pubblico, considero per fortuna alle nostre spalle una
storia che distingueva tra dissensi interni e dissensi
esterni. Anzi, io credo che il vero dissenso utile è quello
che si esprime verso l’esterno e che può così essere
conosciuto e valutato. Se qualcuno pensa che questa sia
violazione dello Statuto, agisca, io a una discussione sui
limiti del dissenso e su chi ha il diritto di decidere quali
sono i limiti non sono minimamente disponibile.
Il nodo però è un altro. L’errore è trasferire in una
discussione sui comportamenti interni all’organizzazione
quello che è un problema politico grande come una casa: le
difficoltà enormi che abbiamo nel rapporto con i lavoratori
e nella costruzione di un’iniziativa adeguata alla
situazione. E’ inutile nasconderci dietro le difficoltà di
comunicazione, per cui non siamo capaci di spiegare. Se
tantissime lavoratrici e lavoratori pensano che non stiamo
facendo quello che sarebbe necessario fare e che non ci sono
quei cambiamenti sociali per i quali si erano battuti, non
possiamo solo dire che non hanno capito. Mi colpisce che nel
sondaggio elettorale commissionato da La7, quasi la metà
degli elettori di centrosinistra diano un giudizio negativo
sull’operato del Governo sul lavoro. Vuol dire allora che il
problema esiste e che andrebbe affrontato con un’iniziativa
ben più forte e diversa da quella che abbiamo sviluppato
sino ad ora. Per questo io considero positiva e di grande
valore la manifestazione del 4 novembre e sono stupito che
in Cgil ci si soffermi soprattutto su questioni, slogan,
dichiarazioni, che non abbiamo condiviso, ma che sono
marginali rispetto al valore della manifestazione. Ce ne
vorrebbero anzi molte altre per fermare l’offensiva moderata
della Confindustria e dei poteri forti che vogliono
condizionare da destra la politica del governo. La verità è
che temo che la realtà sia esattamente il contrario di come
viene presentata dalla grande stampa. Non è vero che siamo
noi a dare la nostra impronta alle scelte del governo,
quando piuttosto sono le debolezze e le contraddizioni del
governo a costringerci a un’iniziativa debole e di rimessa,
che ci viene rimproverata profondamente dai lavoratori.
Considero inoltre sbagliato fare un fascio comune di scelte
sbagliate di Cobas o altri movimenti. Soprattutto non
possiamo nemmeno indirettamente lasciare incombere la
tematica della violenza e del terrorismo su tutto questo.
Anche perché anche noi abbiamo dovuto fronteggiare questi
modi di affrontare le questioni quando siamo scesi in piazza
nel marzo del 2002. Io sono per un linguaggio che elimini la
logica amico-nemico, anche all’interno della nostra
organizzazione, ma intendo applicarlo a tutti, a Damiano, a
Maroni, a Sacconi. A me pare fuorviante questo modo di
discutere perché bisogna andare alla questione vera: cosa
facciamo di fronte alle difficoltà attuali. L'opinione
diffusa sulla finanziaria non è quella che qui abbiamo
deciso. Sul Tfr abbiamo un accordo che cambia la funzione di
un istituto strategico per i lavoratori. Giusta o sbagliata
che sia questa scelta, che io non condivido, non abbiamo
avuto il coraggio di sottoporla al voto dei lavoratori.
Siamo convinti che questa è la scelta migliore per essi,
però non chiediamo loro se anch’essi la pensano così.
Come affrontiamo la futura trattativa sulle pensioni, il
confronto su precarietà, flessibilità e contratti, senza una
forte base di consenso, costruita con indipendenza nelle
scelte e partecipazione dei lavoratori nelle decisioni? Qui
c’è il problema di fondo. La questione centrale è quindi
questa: se affrontiamo questa fase di crisi e difficoltà
della Cgil con un giro di vite della democrazia interna o se
invece ci apriamo al confronto e alla partecipazione dei
lavoratori, che è sempre scomodo perché può portarci a
cambiare posizioni che avevamo creduto perfette e
immodificabili. E’ un passaggio che altre volte ha vissuto
la Cgil nella sua storia, e che altre volte ha prodotto
aspre discussioni. Siamo di nuovo a uno di quei passaggi, in
cui la Cgil può chiudersi in se stessa, oppure può fare
delle difficoltà uno strumento per estendere la democrazia e
la partecipazione. A me interessa solo la seconda ipotesi.
Roma, 22 novembre 2006
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