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Si tratta di un articolo di
Antonio Sciotto su "il Manifesto" di oggi (22 novembre
2006):
L’approvazione da parte del direttivo Cgil dell’avviso
comune sui call center porterebbe a una grave contraddizione
con le tesi approvate al Congresso di Rimini, nel marzo
scorso, con un’ampia maggioranza. E’ vero che il Direttivo
rappresenta il “parlamento” della Confederazione, ed e’
dunque il luogo della “sovranità delegata”, ma a questo
punto si dovrebbe capire come si rapportano quei risultati
ante-elezioni con una sorta di successivo “effetto Prodi”:
il sindacato, contrario nel marzo 2006 (vedi documenti
congressuali) alla legge 30 ed esplicitamente favorevole
alla sua cancellazione, nel momento in cui viene emessa dal
governo dell’Unione una circolare applicativa della stessa
“Biagi” (giugno 2006, circolare del ministero del lavoro sui
call center) accetta di recepirne una parte, traducendola
nell’ “avviso comune” siglato con le imprese il 5 ottobre.
In particolare, si accetta l’uso dei contratti a progetto
per lavoratori che a tutti gli effetti sono “economicamente
dipendenti”, pur lavorando in outbound (cioe’ fanno le
telefonate anziche’ riceverle): seppure possano essere piu’
liberi nella auto-gestione dei tempi, infatti, gli addetti
alle telefonate in uscita sono comunque subordinati a
un’organizzazione del lavoro e a un risultato decidi
dall’impresa. Concetto che rappresenta il nucleo delle tesi
approvate al Congresso Cgil e che il giuslavorista Nanni
Alleva definisce “dipendenza socio-economica” (Alleva e’
anche autore delle proposte di legge Cgil votate nel 2002 da
5 milioni di cittadini confluite poi nelle tesi
congressuali).
Riassumiamo: se in marzo la Cgil fa proprio quel concetto di
dipendenza, auspicando una riscrittura del lavoro che
estenda ai parasubordinati quel corpus di diritti oggi
riservati ai subordinati, in ottobre si accetta invece che
vi possano essere lavoratori “economicamente dipendenti” di
serie A (gli inbound, in ricezione telefonica, cui e’
riconosciuto il contratto di subordinati, con le garanzie
annesse) ed “economicamente dipendenti” di serie B (gli
outbound, cocopro’: compenso libero, contributi nettamente
inferiori, niente ferie, minori diritti su malattia e
maternita’, niente giusta causa).
Analizziamo i documenti. Fondamentale e’ la tesi 5 del
Congresso, dal titolo “Un’occupazione solida e stabile”. La
Cgil propone un “nuovo patto di cittadinanza”: “Un patto –
e’ scritto al punto 1.4 – che abbia come cardine il nuovo
concetto di “lavoro economicamente dipendente”, con la
conseguente estensione dei diritti (e dei costi) attribuiti
oggi al lavoro subordinato a tutte le fattispecie
economicamente dipendenti dall’impresa (a partire dalle
collaborazioni), concetto alla base delle proposte di legge
di iniziativa popolare su cui la Cgil ha raccolto 5 milioni
di firme”. Testo piu’ che esplicito: sono pure citate le
collaborazioni. Ancora, al punto 2.1 si dice che “si deve
ribaltare l’intera filosofia della legge 30”; e che “questo
significa per noi cancellare la legge 30 e sostituirla con
un sistema di norme e diritti complessivamente alternativo,
partendo dalle nostre proposte”. A fine congresso, a
grandissima maggioranza, viene approvato il documento
conclusivo e li’ viene scritto: “Combattere la precarieta’
per la Cgil vuol dire cancellare la legge 30, ma
soprattutto: dare nuova centralita’ al contratto a tempo
indeterminato; ripensare in profondita’ il mercato del
lavoro attraverso l’estensione del concetto di lavoratore
economicamente dipendente con una modifica dello stesso
codice civile”. Anche qui e’ chiarissimo. Ma poi, il 5
ottobre, l’avviso comune sui call center improvvisamente
“resuscita” la dignita’ del contratto cocopro’, scrivendo
che “per le attivita’ di outbound il ricorso al lavoro a
progetto e’ consentito in coerenza con quanto previsto nella
circolare ministeriale del 17 giugno 2006”.
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