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Coppie fragili
di Carlotta Mismetti Capua
(www.rassegna.it, Rassegna Sindacale, 8
novembre 2006)
Le coppie flessibili non sono quelle: “Cara
abbiamo un rapporto aperto”. Purtroppo le coppie flessibili sono,
per la sociologia e tra poco anche per la statistica, quelle formate
da due lavoratori flessibili: da due precari insomma, due giovani
adulti che lavorano ma con contratto incerto e stipendio più basso
della media europea. Coppie che magari fanno un figlio, nonostante
tutto. Ma come si fa a mettere su famiglia quando si è giovani
carini e precari? Per la prima volta una ricerca italiana studia le
coppie flessibili, incrociando dati di lavoro e ménage familiare,
per misurare l’impatto della precarietà professionale nelle vite
personali.
La ricerca di Luca Salmieri, pubblicata di recente dal Mulino con il
titolo Coppie flessibili (pp. 272, euro 22,00), coinvolge
circa duecento coppie intervistate su status professionale e vita
privata: stipendi, contratti, orari di lavoro, convivenze, figli,
tempo libero, tempo comune, relazioni. L’indagine, piccola nei
numeri, ma significativa nelle intenzioni, sembra ispirarsi alle
teorie del sociologo polacco della post modernità, Zygmunt Bauman,
sulla vita liquida e solitaria del cittadino globalizzato, dove
tutto fluisce ed è instabile: il lavoro, l’identità ma anche l’amore
(un titolo per tutti: Vita liquida, Laterza, 2006).
Allora, come sono queste giovani coppie che oggi non fanno
statistica ma che potrebbero rappresentare il futuro? “Sono coppie
fragili ma anche solidali – racconta Salmieri –, che considerano la
coppia, matrimonio o convivenza che sia, reversibile, come tutto il
resto: la precarietà del lavoro rende in qualche modo precaria la
vita tutta”. Niente è per sempre: né il matrimonio né la coppia né
il lavoro. Financo la cittadinanza è a tasso variabile, come il
mutuo che le coppie flessibili il più delle volte si vedono
rifiutare. “Sono coppie che d’altro canto hanno una grande
solidarietà nelle questioni di soldi, la loro è quasi una complicità
economica” spiega Salmieri. È flessibile il conto corrente:
cointestato (in 76 casi su cento), mentre se flessibili lo sono
tutti e due, ciascuno si tiene i suoi soldi (54 per cento).
“Rispetto a questa flessibilità esistenziale ed economica, entrate
incerte, orari flessibili, una vita sociale improvvisata, con
l’incubo perenne del conto in rosso, ci sono sostanzialmente due
temperamenti: chi si rassegna e tira a campare, e chi gioca
d’azzardo e rischia tutto” spiega ancora Salmieri. “Tutto” può voler
dire un figlio, che significa circa il 30% delle risorse economiche
disponibili; e che può far precipitare la coppia al di sotto della
soglia di povertà. Ma anche senza figli queste coppie con gli
stipendi a singhiozzo non se la passano bene. Secondo l’Istat, ad
esempio, una famiglia media italiana spende mensilmente intorno ai
1800 euro, tra i flessibili la cifra va dai 1400 ai 1800 se tutti e
due lavorano, se invece lavora solo l’uomo allora la spesa può
scendere fino ai 1100 euro. Minori possibilità di consumo implicano
molte rinunce: solo il 5% delle coppie intervistate ha la
lavastoviglie – contro il 20% della media nazionale – mentre il 40%
non dispone di un impianto di riscaldamento in casa. Le coppie
flessibili hanno anche una spesa per il tempo libero e la cultura
inferiore alla media (appena il 3,5% contro un budget del 4,4).
Cercando di fare delle stime – ma stimare gli atipici non è banale,
perché il confine tra un lavoratore poco tipico e un precario è
labile –, dopo l’introduzione della legge 30 il 52 per cento dei
nuovi lavori sono precari: tra i venti e i trent’anni i lavoratori
precarizzati sono nell’ordine del 30%, dopo i 35 anni la percentuale
scende al 15. Le coppie flessibili sono dentro questi numeri.
Solitamente svolgono lavori ad alta qualificazione: per lo più
mansioni tecniche (35%), impiegatizie (20%) e professioni
“intellettuali” (18%, dati Ires).
“Gli atipici non sono facili da misurare, l’Istat e i vari istituti
di ricerca, come il nostro, danno numeri diversi, e fanno
campionature differenti” spiega Emiliano Mandrone, ricercatore Isfol
e curatore della recente indagine Plus sul mercato del lavoro.
“Secondo me quelli veri, a essere franchi, sono due milioni e sette,
tutti inclusi: job sharer, part time, interinali, cocopro, cococo e
false partite Iva”. Senza tutele, senza assegni familiari, in molti
casi senza maternità, senza una speranza neppure vaga di avere una
pensione, e a rischio povertà al primo figlio, queste giovani coppie
intorno ai trenta navigano a vista. Dovrebbero essere sul piede di
guerra: invece li chiamano la “generazione invisibile”.
Ma perché in Francia i ragazzi scendono in piazza e fanno ritirare
una legge, e qui niente o quasi? “Perché l’elettore medio che tutti
i politici conoscono – spiega ancora Mandrone – non ha la loro età,
ma 45-55 anni”. Scrive Bauman in proposito: “La paura di perdere il
lavoro, di fallire anche dal punto di vista della vita familiare e
sociale fa nascere nei lavoratori un senso d’impotenza nella
possibilità di rivendicare miglioramenti nelle loro condizioni di
salario o retributive”. E ancora: “Questa vita instabile, incerta,
dominata dall’ansia del futuro, mette le persone in condizione di
accettare molti compromessi che finiscono quasi per annullare la
coscienza di sé, dei propri diritti”.
Vediamo un esempio: coppia stabile, ceto medio-alto, ma stipendi
flessibili e orari impossibili. È il ritratto della famiglia
composta da Francesca, Andrea e Simone, famiglia di due atipici a
partita Iva (falsa: lei lavora in Rai; lui, architetto, in uno
studio professionale con un rapporto che è di fatto subordinato).
“Non siamo poveri solo perché ci aiutano i genitori: la madre di
Francesca paga l’affitto, la mia la baby sitter – spiega Andrea – .
Perché non ci arrabbiamo? Non so con chi prendermela, mi pare che
intorno, destra o sinistra, sia la stessa zuppa. Io non ho neanche
il tempo per protestare. Dalla politica vorrei un po’ di certezza:
sogno una qualità della vita diversa, non tanto per il denaro, ma
per il tempo”.
Infatti: le coppie flessibili non sono solo strette tra un reddito
basso e un affitto alto, la loro vita è governata dal caos, dal last
minute in ogni cosa. Basta guardare alle risposte in tema di orari e
tempo libero che hanno fornito i soggetti intervistati da Salmieri.
Solo quattro su dieci hanno un orario d’ufficio rigido. Ma gli
altri, anche senza cartellino, non sono affatto più liberi: sono
anzi più servi dell’orologio. Troneggia, implacabile e alterna, la
scadenza, la deadline da non mancare, per la consegna di un dossier,
un documento, una traduzione, un pacco di stoffe da cucire. Ci si
porta il lavoro a casa materialmente e anche mentalmente. Weekend,
feste, perfino le serate domestiche (da cinque a quindici ogni mese
sono occupate dal lavoro) non sono più al sicuro. Il tempo libero
diventa un concetto sfumato: comprende anche le faccende di casa da
sbrigare a ore inverosimili, la lavatrice a mezzanotte, la spesa da
fare o gli appuntamenti della giornata presi via sms. Si pranza
insieme poco, e anche la cena in comune è un terno al lotto. Così,
alla fine, tre su quattro sono insoddisfatti della combinazione fra
i propri tempi e quelli del partner. |