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L'orario di lavoro a 60 ore settimanali ..... La fattoria degli animali ....
A Bruxelles discutono per cambiare
l’orario di lavoro
- i punti più controversi della proposta
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per la Fiom,
proposta inaccettabile
Il tempo stringe
per la direttiva europea sull’orario di lavoro. Martedì la
Presidenza finlandese ha riunito i ministri del lavoro dei 25 per un
consiglio straordinario con all’ordine del giorno la revisione di
questa norma comunitaria, da mesi campo di battaglia politico tra
chi vuole totale mano libera per le imprese sull’orario di lavoro,
come il Regno unito, e chi, almeno a parole, vuole un miglior
equilibrio tra vita professionale e personale, come Francia e
Spagna. E il tempo stringe perché la Germania, prossima Presidenza
di turno della Ue non ha alcuna voglia di trovarsi tra i piedi
questo dossier assai conflittuale a livello sociale e sindacale, e
soprattutto perché la Commissione ha già pronta la procedura di
infrazione per ben 23 Stati membri su 25, tutti "fuorilegge" secondo
l’attuale testo della direttiva - che risale al 1993, emendato nel
2000.
Per mettere ancora più fretta ai 25 la Commissione potrebbe far partire le procedure di infrazione, già pronte, in ondate successive, dando priorità ai casi più gravi ma soprattutto iniziando a incriminare «quelli che hanno messo i bastoni tra le ruote dell’accordo», sottolinea un esperto del dossier. Nel mirino di Bruxelles potrebbe così finire chi vuole normalizzare l’opt out, come Londra, ma anche chi, ipocritamente, dice di non volere possibili orari maratona, ma poi abusa delle maglie larghe della legge per praticare l’opt out di fatto, come Francia, Spagna e Grecia. Per concludere un’intesa, la Presidenza finlandese presenterà martedì una nuova proposta che si muove su un asse assai pericoloso. Il limite massimo di 48 ore di lavoro settimanale diverrebbe un limite "soft", leggero, completato da un limite invalicabile di 60 ore. In più, verrebbe permesso l’opt out individuale, come chiede il Regno unito, la cui legislazione pone come tetto massimo 78 ore settimanali. Inoltre verrebbe inserita una «clausola di revisione» di tale opt out, ed è proprio su questo punto che al momento verte la battaglia politica. «E’ tutto tranne che una clausola di revisione - attacca un diplomatico italiano - in realtà perpetua senza limiti l’opt out individuale. È piuttosto una clausola di rinvio sine die". La pensano così anche Spagna e Francia, ma Londra ha con sé la maggioranza degli Stati, soprattutto grazie all’appoggio dei nuovi membri dell’est. Soddisfatta l’Unice, la Confindustria europea, che però punta ancora più in alto: vorrebbe un opt out ancora più semplice, soprattutto per le piccole e medie imprese, e che il conteggio dell’orario di lavoro su un anno, e non su quattro mesi, diventasse la regola, non l’eccezione. Critica con la proposta è invece la Ces, la Confederazione dei sindacati europei, secondo cui «lavorare più di 48 ore è pericoloso». Ancora più critico l’europarlamento, tanto sull’«opt out volontario», che di volontario non ha quasi nulla vista l’impossibilità di scegliere in cui spesso si trova il lavoratore, quanto sul conteggio delle ore di riposo durante le guardie. «In prima lettura - spiega Alejandro Cercas, relatore del rapporto su questa direttiva - avevamo cercato di trovare un equilibrio tra salute, sicurezza e flessibilità, ora la proposta finlandese continua a privilegiare la flessibilità». Cercas invita i 25 a rivedere al meglio e non al peggio l’accordo votato dal Parlamento l’anno scorso, e promette battaglia nell’Eurocamera in seconda lettura. Intanto è chiaro che l’orologio procede al contrario: era il 1919 quando la Oit, l’organizzazione internazionale dei lavoratori, fissava in 48 ore il limite massimo lavorativo per settimana. Ora i 25 rischiano di mandarlo in soffitta.
Ecco i punti più «controversi»Opt out, flessibilità per 12 mesi,tempo «di guardia» decurtato
Orario maratona. La durata massima dell’orario di lavoro viene fissata a 48 ore, ma, «volontariamente», il lavoratore potrà prolungarle fino a 60, calcolate su una media di «tre mesi». L’accordo tra impiegato e datore di lavoro che "scelgono" l’opt out avrà durata massima di un anno, rinnovabile. «Ogni lavoratore - specifica poi il testo - potrà ritirare il suo assenso durante i primi tre mesi dalla firma, con effetto immediato, informando il datore di lavoro per iscritto». I dati sul lavoratore in opt out dovranno essere conservati e messi a disposizione dell’autorità competente.
E la
sua clausola di revisione.
È questa la pietra del contendere. Ogni Stato membro che decide di
utilizzare l’opt out dovrà inviare, dopo i primi 2 anni di
attuazione e dopo una consultazione con le parti sociali, un
rapporto alla Commissione Ue indicando «ragioni, settori, attività e
numero di lavoratori in opt-out, oltre agli effetti sulla loro
salute e sicurezza», in pratica delle cavie. Allo scadere del terzo
anno, Bruxelles presenterà un rapporto comulativo accompagnato «se
necessario», da proposte «appropriate per ridurre gli orari
eccessivi». Dopodiché ogni Stato dovrà esaminare l’uso che fa dell’opt
out «in vista di una sua fine graduale». Spagna, Francia, Italia
chiedevano di fissare un termine massimo di anni all’uso dell’opt
out, invece di questo meccanismo che di fatto ne rinvia ad altra
data un’eventuale eliminazione.
Tempo di guardia. Sempre dopo un accordo collettivo o per legge, previa consultazione delle parti sociali, gli Stati potranno escludere il tempo di guardia «inattivo» (sonno, pasti o altro) dal conteggio dell’orario di lavoro. Così si "viene incontro" alla maggioranza dei paesi che si lamentano dei costi del sistema sanitario, perché l’attuale normativa Ue considera tempo di lavoro «tutte le ore di guardia». E guarda caso sulla «guardia», come sul riposo compensativo si registra il maggior numero di infrazioni. Con la nuova direttiva non ci saranno più infrazioni, ma magari qualche rischio in più per la salute pubblica.
Proposta
inaccettabile per la Fiom Carla Casalini
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