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L’accordo sul Tfr è la rappresentazione chiara di una realtà
rovesciata
Le imprese incassano soldi facendo finta di essere danneggiate
Giorgio Cremaschi
Certo che è in atto
un’offensiva classista in Italia. La stanno guidando la
Confindustria, Standard&Poor, la cultura e le forze liberiste. E
questa offensiva sta ottenendo dei bei risultati.
Vengono ancora intimiditi i vaghi e blandi, come scrive Alfonso
Gianni, intenti progressisti del governo, che si spaventa persino di
fronte all’ipotesi di riportare la tassa per i grandi ricchi a quel
45% che c’era solo cinque anni fa. Intanto i padroni incassano un
bel po’ di soldi facendo finta di essere danneggiati. Infatti, con
l’accordo sul Tfr le imprese intascheranno un altro 0,5% medio di
riduzione del costo del lavoro, che si aggiunge al 3% del cuneo
fiscale. Durante tutto il governo Berlusconi la riduzione del costo
del lavoro per le imprese è stata solo di un punto. Eppure sul banco
degli accusati sono i sindacati, che hanno il solo torto di non far
bene il loro mestiere.
L’accordo sul Tfr è una rappresentazione precisa di questa realtà
rovesciata. Se il governo avesse deciso di finanziare la spesa
pubblica usando fondi depositati nelle banche da qualche
finanziaria, l’Italia sarebbe già stata soggetta a sanzioni
internazionali. Se invece i soldi che i lavoratori prestano alle
aziende con i loro Tfr vengono spostati in un fondo pubblico per
pagare i lavori pubblici, questo viene presentato come un sacrificio
delle imprese. I lavoratori prestano i soldi allo stato e le aziende
ricevono compensazioni e guadagni.
In questo mondo rovesciato dove chi ci guadagna davvero piange, può
sembrare un eccesso di sensibilità chiedere che le lavoratrici e i
lavoratori almeno siano consultati per conoscere la loro opinione
sulla sorte delle liquidazioni. Invece ciò non accade e così passa
un principio molto grave: si possono fare accordi sul salario senza
che i diretti interessati abbiano la possibilità di decidere.
Con l’accordo sul Tfr cambia la natura stessa della previdenza
integrativa. Essa, come dice la parola, è nata per integrare,
migliorare la pensione pubblica. Oggi invece si dice che le giovani
generazioni dovranno per forza utilizzare il loro Tfr per compensare
la pensione pubblica, perché questa, a causa del sistema introdotto
con la riforma Dini, sarà troppo bassa. Una facoltà diventa un
obbligo. Ma se la pensione integrativa diventa un’altra cosa, allora
i lavoratori dovrebbero ricevere ben altre compensazioni e tutele,
visto che comunque rinunciano a una parte del loro salario per
trasformarlo in pensione. Invece questo nuovo obbligo viene
presentato come un guadagno. Un giovane dovrà spendere il 40% della
sua retribuzione per avere una pensione che farà fatica ad arrivare
al 60% del suo ultimo stipendio, però sono le imprese che fanno
gentili concessioni sul reddito dei lavoratori.
Nel loro antico e mai sopito buon senso, gli operai oggi pensano di
essere stati vittime del sequestro del Tfr e in fondo hanno ragione,
perché possono solo decidere se accedere ai fondi integrativi oppure
finanziare lo Stato. Come ha spiegato più volte Roberto Pizzuti, se
davvero il Tfr serve per fare un minimo di pensione decente, allora
perché non dare la possibilità di investirlo e garantirlo dentro l’Inps,
ma non per finanziare la Tav, bensì per migliorare davvero le
pensioni.
Certo una tale ipotesi renderebbe davvero volontaria l’adesione ai
fondi pensionistici integrativi. Ma qui c’è l’evidente opposizione
congiunta di Confindustria e Sindacato. La prima si capisce bene, la
seconda in realtà è priva di spiegazioni che non siano riconducibili
alla subalternità verso il liberismo. Infatti l’ideologia dei fondi
pensione è quella che alimenta la speculazione finanziaria
internazionale. Quella che distrugge posti di lavoro proprio in nome
della redditività estrema. Anche in Italia è già così: quasi l’80%
del capitale gestito dai fondi integrativi viene investito nei fondi
finanziari internazionali e non certo nello sviluppo del Paese.
Si è cambiata dunque la natura del Tfr e quella dei fondi
pensionistici integrativi, con un accordo di concertazione che
sinora ha escluso il diritto dei lavoratori a sapere e a decidere.
Ora si preannuncia lo stesso per le pensioni. Anche qui la
discussione è rovesciata rispetto alla realtà. Il governo ha già
fatto cassa aumentando i contributi e usando a fini impropri il Tfr,
ma invece è proprio il sindacato che nega l’evidenza. Così si
prepara una trattativa, alla quale Cgil, Cisl e Uil si sono già
formalmente impegnate, ancora una volta senza chiedere il parere ai
diretti interessati, e nella quale le casse vuote dello Stato
pretenderanno altri sacrifici.
Per giustificare l’accordo sul Tfr si è detto che le pensioni dei
giovani saranno troppo basse, ora però si vogliono tagliare i
coefficienti di calcolo per ridurle ancora. Ricominciano le grida
governative per l’innalzamento dell’età pensionabile e magari si
rispolvera la vecchia favola dei lavori usuranti. E’ bene
sottolineare che non è casuale che questa definizione inquadri il
buco nero della riforma Dini. Già allora si operò con ipocrisia e
superficialità e infatti ogni volta che si prova a definire che cosa
è un lavoro usurante ci si ritrova nel mare magno delle chiacchiere.
Sentiamo esponenti del governo spiegare che un professore
universitario o un manager non possono andare in pensione a 57 anni.
Non ci vanno già oggi, anche se in qualche caso sarebbe utile per il
Paese. Chi fa un lavoro privilegiato non va in pensione presto, chi
fa lavoro duro, ed è la grande maggioranza, vede l’allungamento
dell’età lavorativa come una condanna, che diventa beffarda quando
tutti sanno che in ogni azienda dopo i 50 anni cercano di mandarti
via. Si prepara una nuova generazione di precari, coloro che sono
troppo vecchi per lavorare e troppo giovani per andare in pensione,
e nei prossimi anni litigheranno con figli e nipoti per gli stessi
posti supersfruttati.
Ma di tutto questo non si discute, così come è avvenuto per il Tfr,
ragioni e torti vengono rovesciati. E non basta. Lo stesso schema si
sta già delineando sulla precarietà, sulla flessibilità degli orari,
sui contratti nazionali. L’appetito vien mangiando e la
Confindustria ha scoperto che le basta piangere un po’ per ottenere
quello che vuole. Se non vengono fermati, nel giro di pochi mesi
avremo la restaurazione di una concertazione rispetto alla quale
quella già negativa degli anni 90 sembrerà socialismo avanzato.
La manifestazione del 4 novembre diventa così un primo appuntamento
per provare a riportare nella concreta dura realtà del lavoro quel
confronto politico-sociale che oggi vaga nei cieli del profitto che
piange.
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