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Romano e il suo profeta
Carla Casalini
Romano Prodi è un dio. La sua sortita sulle
pensioni - «finita la finanziaria si porrà mano alle riforme...abbiamo
firmato un protocollo con sindacati e Confindustria....il
commissario europeo Almunia insiste molto sul rispetto del
protocollo...» - non è solo un 'annuncio' per rassicurare gli
oppositori, i «mercati», l'Europa anticipando in funzione difensiva
parole di oggi per coprire il vuoto di fatti che avverrebbero solo
domani.
No, la sortita di Prodi intende piuttosto nominare le cose per farle
accadere - il che è dalle origini prerogativa della divinità, ma
anche nei bar del ventunesimo secolo si dice ' quello è un dio, li
ha spiazzati tutti'. Naturalmente, secondo copione, c'è anche un
profeta, Nicola Rossi (già temprato al compito per essere stato
consigliere di D'Alema quando era presidente del consiglio), che
traduce didascalico come si possono fottere le pensioni subito,
senza aspettare il famoso «tavolo» di gennaio per ridiscutere la
previdenza, cui i sindacati si sono già piegati firmando il suddetto
protocollo o «memorandum».
Quel che si può fare «subito», senza aspettare un ennesimo
rifacimento, una nuova legge sulle pensioni, sarebbe infatti
semplicemente dare «piena attuazione» alla riforma Dini,
applicandone, sostiene Nicola Rossi, i «coefficenti di
trasformazione» già previsti. Sarà meglio uscire dall'esoterico
linguaggio «tecnico» per spiegare che si tratta di abbassare il
reddito delle pensioni - del 6-8% - in conseguenza del fatto che si
è allungata l'«aspettativa di vita».
Ora, che si speculi sul fatto del vivere per cavarne qualche soldo
per il pubblico bilancio - seguendo la strada delle assicurazioni
private che più speri di durare in età più ti abbassano il
'rendimento' promesso, per cavarne un loro maggior profitto - è
immagine simbolica avvilente e miserevole proposta culturale e
politica. Come osservava giustamente Mario Pirani con la scorta di
un'indagine ufficiale francese - sui tagli alla sanità - il
chiudersi dentro la pura tirannia del «numero» non fa capire più
niente, col rischio di rubricare come perdite quelli che possono
essere invece guadagni, sol che si abbia una sguardo appena un po'
più alto e complessivo sui «valori» in gioco, a partire anche dai
puri «valori economici».
Ma i «coefficienti» della Dini ci dicono anche qualcosa di più
preciso: ci rimetterebbe chi è a «sistema contributivo», ossia i
giovani, e le donne (che impiegano sempre più tempo per accumulare
«contributi»). Guarda caso gli stessi, giovani e donne, che la
Riforma Dini colpì col beneplacito di un referendum sindacale (solo
i metalmeccanici e la scuola votarono No), salvando i lavoratori con
maggiore «anzianità». La proposta di Rossi è insidiosa, dunque, per
le stesse confederazioni sindacali - che allora accettarono la
«rottura fra le generazioni» - visto che anticipa alcuni possibili
scambi al «tavolo» dove sarà in gioco di nuovo l'innalzamento
dell'età pensionabile per tutti.
Una volta sottratto il Tfr - la liquidazione dei lavoratori - alla
libera disponibilità dei legittimi proprietari, già donati i famosi
«punti del cuneo fiscale» alle imprese, che c'è da perdere ancora?
Legittimamente Luca Montezemolo si vanta: «Noi industriali siamo
quelli che hanno ottenuto di più dalla Finanziaria». Quindi, che la
sinistra politica gridi non fa troppo effetto: contano i fatti. Che
poi Cgil, Cisl, Uil oggi invochino il rispetto dei «tempi» di quel
memorandum che hanno sottoscritto preventivamente, disarmandosi, è
quanto meno inquietante.
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