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Per le
pensioni tira aria di controriforma
Felice
Roberto Pizzuti
Tra gli accordi
di maggioranza sulla Legge finanziaria che sembravano acquisiti
c'era anche lo stralcio dalla Finanziaria delle questioni attinenti
la previdenza le quali, in base al memorandum concordato con le
parti sociali, dovevano essere affrontate successivamente. Su questo
scorporo si è anche polemizzato, definendolo un prezzo pagato al
consenso dei sindacati e delle forze della sinistra presenti nel
governo. In realtà, con una navigazione che spesso devia dalla rotta
concordata nel programma dell'Unione e con improvvisazioni che
logorano la coesione della Maggioranza, nella Finanziaria si sta
inserendo con modalità surrettizie una riforma previdenziale di
portata strutturale. Purtroppo ha ragione il ministro dell'Economia
quando parla di «un accordo storico che chiude un problema aperto da
dieci anni, molto importante per la futura pensione dei giovani
d'oggi». Ma in che modo «l'accordo storico» risolverà (se passerà)
il «problema» pensionistico? E quali sono i termini del «problema»?
Con la piena applicazione delle riforme
susseguitesi dai primi anni '90, per i lavoratori dipendenti
«regolari» la copertura pensionistica del sistema pubblico si riduce
di 20-30 punti percentuali rispetto all'ultima retribuzione:
lasciando il lavoro a 60 anni con 35 anni di contributi, nel nuovo
assetto si matura una pensione pari al 48 per cento dell'ultima
retribuzione; per un lavoratore parasubordinato, anche con l'aumento
contributivo stabilito in Finanziaria (che in assenza di modifiche
contrattuali si tradurrà in una riduzione dei loro attuali
compensi), la copertura rimane inferiore di oltre dieci punti
rispetto ai dipendenti «regolari». Questa prospettiva non lascia
dubbi sulla necessità sociale ed economica di riportare le pensioni
a livelli almeno idonei a garantire una sussistenza dignitosa.
Peraltro, se si vuole rispettare l'equilibrio finanziario del
sistema contributivo, per risollevare le insufficienti prestazioni
che si prospettano è necessario elevare da subito la contribuzione.
La necessità di impiegare immediatamente nuove risorse finanziarie
per aumentare le prestazioni future è ancora più stringente se si fa
ricorso alla previdenza privata a capitalizzazione.
Il punto è che, specialmente dopo la prolungata
redistribuzione a danno dei salari avutasi negli ultimi anni, la
generalità dei lavoratori dipendenti non è in grado di ricavare
dalla busta paga ulteriori risparmi previdenziali. Dovendo impegnare
redditi correnti per risollevare le prestazioni pensionistiche
future, le uniche risorse di cui concretamente dispongono i
lavoratori dipendenti «regolari» (i parasubordinati non hanno
nemmeno quelle) sono gli accantonamenti destinati al trattamento di
fine rapporto (il Tfr) e i contributi aziendali contrattati per
finalità previdenziali. Nel loro insieme queste risorse sono pari a
quasi il 10 per cento del costo del lavoro.
Venendo alla Finanziaria, in essa si stabilisce
che quelle risorse siano utilizzabili in due soli modi: o per
finanziare la previdenza privata a capitalizzazione o lasciandole
finalizzate al Tfr. Nel secondo caso, per le imprese sotto i
cinquanta dipendenti, gli accantonamenti rimarrebbero tutti nella
loro disponibilità (esattamente come ora). Nelle imprese più grandi,
invece, gli accantonamenti sarebbero obbligatoriamente trasferiti
alla Tesoreria dello Stato, affidando all'Inps il mero compito di
gestire il trasferimento. Le imprese sarebbero risarcite dei
maggiori oneri finanziari loro derivanti dal ricorso ai mercati
finanziari per sostituire quelle disponibilità; inoltre,
usufruirebbero del sostanzioso beneficio derivante (solo a loro e
non anche ai lavoratori) dalla riduzione del cuneo fiscale. E'
difficile individuare in questo trasferimento forzoso e comunque ben
retribuito qualcosa «di sinistra». Anche la dubbia finalità di
poterlo contabilizzare come un miglioramento del bilancio pubblico
(in effetti, a fronte del trasferimento attivo, la Tesoreria
acquisisce un pari debito verso i lavoratori senza nessun vantaggio
per il saldo di bilancio), ricorda altri tentativi di finanza
creativa sempre opportunamente criticati.
Dunque, dopo
che le riforme iniziate nei primi anni '90 hanno ridotto più del
previsto e del tollerabile (dati ufficiali alla mano) la copertura
pensionistica offerta dal sistema pubblico, «l'accordo storico»
preclude ai lavoratori la facoltà di aumentarla e di poter
utilizzare a quel fine il loro salario differito; se ciò fosse
consentito - come la sinistra ha chiesto - le maggiori contribuzioni
al sistema pensionistico avrebbero pieno titolo a essere considerate
entrate nette per il bilancio pubblico. I lavoratori vengono invece
costretti, come unica possibilità di aumentare le pensioni, a fare
ricorso alla previdenza privata a capitalizzazione; le risorse così
impiegate non arrecano nessun beneficio al bilancio pubblico che,
anzi, viene penalizzato dalle ulteriori esenzioni fiscali richieste.
Dopo un
decennio di tentativi di forzare difficoltà obiettive, nella prima
finanziaria del governo dell'Unione si porterebbe a compimento il
progetto sempre giustamente contrastato dalle forze della sinistra
di assegnare alla previdenza privata a capitalizzazione un ruolo
sostitutivo e non quello integrativo per il quale era stata pensata
e offerta ai lavoratori. La funzionalità del sistema pensionistico
verrebbe incrinata dalla minore sicurezza delle prestazioni
conseguente alla loro dipendenza dai più variabili e incerti
andamenti dei mercati finanziari.
Anche la motivazione che lo sviluppo dei fondi
pensione sopperirebbe alla carenza d'investitori istituzionali nel
nostro sistema finanziario è contraddetta dalle specificità del
nostro sistema d'imprese le quali non si quotano in borsa e non
offrono titoli azionari agli investimenti dei fondi pensione; se
questi espandessero eccessivamente la loro attività (cioè debordando
da un ruolo integrativo) sarebbero il tramite - come già avviene -
di un enorme trasferimento all'estero di risparmio previdenziale
nazionale.
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