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Dopo mesi e mesi di “tira e molla” il destino delle liquidazioni
sembrerebbe dunque sistemato con l’accordo tra Governo e Sindacati.
Alfonso Gianni
Il Ministro Padoa Schioppa,
evidentemente incline all’enfasi, lo ha definito addirittura
“storico”. Tutti d’accordo dunque?
Non lo credo e se i lavoratori potessero esprimersi liberamente su
quell’accordo, definito ancora di massima, probabilmente ne vedremo
delle belle. Nessuno nega infatti che il trattamento di fine
rapporto (Tfr) sia salario differito, o prestito obbligatorio dei
lavoratori alle imprese, quindi in ogni caso soldi dei lavoratori.
Il guaio è che tutti vogliono occuparsene e appropriarsene. Imprese
e fondi pensione in testa. Non solo, ma lo vogliono fare senza
neppure chiedere il parere dei lavoratori, anzi stabilendo
destinazioni del Tfr con il metodo del silenzio-assenso. E fa male
il nostro governo se pensa che basti la firma dei dirigenti
sindacali per chiudere la partita.
Ma vediamo di che si tratta più nel dettaglio. Il varo della
previdenza integrativa, che secondo le norme varate al tempo del
centro-destra, doveva avvenire nel 2008 viene anticipata al 1
gennaio 2007. Conseguentemente i lavoratori avranno tempo sei mesi,
cioè fino al 30 giugno 2007 per decidere se lasciare la loro
liquidazione in azienda o se destinarla ai fondi pensione, sia a
quelli di origine contrattuale come a quelli già presenti nel
mercato finanziario. Se non si pronunciano, le loro liquidazioni
vengono comunque indirizzate verso i fondi pensione, privilegiando,
nel caso di esistenza di più fondi, quello individuato d’intesa con
i sindacati. Le risorse rimaste in azienda andranno invece
direttamente ad un fondo dell’Inps, ma solo nel caso delle aziende
con più di 50 dipendenti. Ed è questa la novità principale
introdotta dall’accordo con i sindacati rispetto alla norma
inizialmente prevista nella finanziaria.
Del resto un fondo “residuale” presso l’Inps esisteva già ai tempi
della riforma Maroni (della serie: “nulla si crea e niente si
distrugge”), ma le sue forme di alimentazione e le sue finalità
erano poco definite. Ora è chiaro che, con una disinvolta operazione
contabile che ricorda assai da vicino la finanza creativa dell’ex
ministro Tremonti, quel fondo è stato considerato un’entrata anzichè,
come sarebbe logico, l’accensione presso lo stato di un debito nei
confronti dei lavoratori. Ed è esplicitato che quelle risorse
finanzieranno opere infrastrutturali, fra le quali l’Alta Velocità,
sulle quali i lavoratori non hanno possibilità alcuna di decisione
diretta.
Nel frattempo la Confindustria, per perfezionare questo accordo,
chiede che il tutto avvenga a costo zero per le imprese, ovvero che
siano previste compensazioni, pari almeno allo 0,34% del monte
salari in modo da potere sostituire senza traumi il Tfr quale
strumento di finanziamento. Quindi si comprende bene perchè, dopo
avere già portato a casa l’abbattimento del cuneo fiscale,
l’organizzazione degli industriali sia più che soddisfatta di questo
accordo.
Resta dunque da capire quale possa essere il vantaggio per i
lavoratori. Ed è davvero impossibile trovarlo. Si è detto che per i
lavoratori questo spostamento della liquidazione all’’Inps sarebbe
una garanzia contro l’evanescenza delle liquidazioni in caso di
fallimento dell’impresa. Ma, a parte il fatto che in questo caso il
pericolo sarebbe maggiore nelle imprese più piccole, la liquidazione
è già salvaguardata da norme precise e da un fondo di garanzia
istituito per legge.
Nello stesso tempo se si volesse finanziare la politica economica
dello stato con i soldi delle liquidazioni dei lavoratori
bisognerebbe almeno dirglielo e chiederglielo a questi ultimi, visto
che si tratterebbe di un grande patto sociale tra lo stato e il
mondo del lavoro dipendente, e non certo un’operazione contabile
dell’ultima ora per superare l’esame di Bruxelles.
Nel migliore dei casi, quindi, un vantaggio per i lavoratori non ne
viene da questo accordo, né in termini di certezza di fruizione
della liquidazione, né in termini di rivalutazione della stessa, a
meno che l’intesa di queste ore non venga migliorata in questo
ultimo senso.
Ma soprattutto i lavoratori perdono in questo modo una grande
possibilità, che pure era apparsa nel dibattito economico e fatta
propria anche da settori della sinistra radicale. Mi riferisco alla
possibilità di utilizzare il Tfr in alternativa sia alla giacenza
presso l’impresa (o presso l’Inps) che alla destinazione ai fondi
pensione collocati in mercati finanziari volatili e dunque
rischiosi. Questa proposta è stata avanzata nel Rapporto sullo stato
sociale 2006 e sostenuta da Roberto Pizzuti nel seminario dei gruppi
parlamentari del Prc-Sinistra europea sulla legge finanziaria (di
cui sono disponibili gli atti) e consiste nel permettere a tutti i
lavoratori di destinare all’istituto pubblico una contribuzione
aggiuntiva del 5% (e ne rimarrebbe altrettanto da distribuire al Tfr
o ai fondi privati). In questo modo le pensioni salirebbero dal 48%
al 64% dell’ultima retribuzione, andando in pensione a 60 anni con
35 anni di contributi.
Una proposta di questo genere verrebbe incontro alla soluzione del
grande problema sociale indicato dallo stesso Tito Boeri,
solitamente non tenero nei confronti dei pensionati, che riguarda la
bassa pensione cui vanno incontro soprattutto i giovani soggetti
alla precarietà e che era nelle preoccupazioni, evidentemente mal
difese, degli stessi estensori del programma di governo dell’Unione.
Ma questo, ed è qui il vero nocciolo duro della questione, significa
togliere risorse ai fondi pensione e al finanziamento delle aziende
e - ora- della finanza pubblica tramite i soldi dei lavoratori. Per
questo in quegli ambienti l’accordo di ieri piace tanto.
Il ministro Padoa Schioppa al convegno dell’Assolombarda qualche
giorno fa ha in effetti detto la verità, quando ha affermato che il
suo obiettivo è solo quello di sviluppare i fondi pensione. D’altro
canto il Ministro del Lavoro, anche qui sulla falsariga del suo
predecessore, si appresta a spendere i soldi già stanziati per una
massiccia campagna informativa a favore dell’opzione verso i fondi
pensione privati, malgrado che il risultato di questa azione
potrebbe portare al prosciugamento del nuovo fondo costituito presso
l’Inps e dei finanziamenti delle opere pubbliche e infrastrutturali
previste.
Ma si sa la logica del capitalismo dei fondi pensione fa valere la
sua potenza, specialmente se nessuno la contrasta. Visto che
l’accordo non è ancora perfezionato forse varrebbe la pena di
imporre una seria riflessione nella maggioranza parlamentare e di
governo su questi temi, ben prima che sul dibattito alla Camera si
abbatta la questione di fiducia che a maggior ragione sarebbe da
evitare. Forse, ma non è mio compito suggerirlo, un pronunciamento
esplicito dei lavoratori sull’accordo sarebbe necessario.
Tanto più che se ne possono vedere altre implicazioni negative.
Anche nel campo della politica industriale, poiché ha davvero poco
senso stabilire un altro limite, i 50 dipendenti, alla auspicabile
crescita dimensionale delle imprese italiane. Per non parlare della
politica del lavoro. Vi è da chiedersi infatti se nel limite dei 50
dipendenti sono conteggiati anche i lavoratori con contratti a
termini e atipici. Pare di no e quindi sarà ancora più difficile
combattere la precarietà, che troverà invece un ulteriore motivo di
convenienza per le imprese.
Note: Liberazione, 21-Ottobre-2006
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