La vertigine delle
spese militari: iniziamo i tagli da quelle
di
Salvatore Cannavò
13
-OTTOBRE 2006
Tra le pieghe della Finanziaria c’è una voce che non riesce a
bucare l’attenzione politica e mediatica che circonda la manovra
di bilancio e che pure ne rappresenta un pezzo non trascurabile.
Le spese militari della
prima finanziaria dell’Unione, infatti, crescono in maniera
impetuosa, all’incirca 2 miliardi di euro, in misura
non comprensibile se non nella logica dello sviluppo e sostegno
delle missioni internazionali con relativo ammodernamento e
professionalizzazione delle Forze Armate come del resto è
spiegato dalla Nota aggiuntiva che il ministro Parisi ha
presentato martedì alla Commissione Difesa della Camera.
Il dato paradossale è che dopo un periodo di compressioni
di spesa il complesso militare ha bisogno di “ripristinare il
normale trend evolutivo di bilancio” che ha visto decurtare i
finanziamenti dai 19,811 miliardi di euro del 2004 ai 17,782 del
2006 (ah! Berlusconi), trend che si è già interrotto lo scorso
anno con una previsione per il 2007, al netto della Finanziaria,
di 18,134 miliardi. Si tratta di una somma che riguarda l’intero
comparto della Difesa ma che va poi divisa tra la Funzione
Difesa propriamente detta (Esercito, Marina, Aeronautica) che
assorbe 12,437 miliardi (di cui il 72% in spese per il
Personale), la Funzione Sicurezza pubblica (Arma dei
Carabinieri) cui vanno 5,282 miliardi e poi le funzioni esterne
(111 milioni) e le pensioni provvisorie (304 milioni). Come si
vede il grosso delle spese è destinato al mantenimento di un
personale sovradimensionato- si calcola in 40mila il numero dei
marescialli in esubero e in tremila quello degli ufficiali -
pensato per un esercito di leva con una truppa, e una funzione,
molto diversa da quella attuale nella quale l’obiettivo della
proiezione rapida richiederebbe un esercito di 130-140mila
effettivi in luogo dei 193mila attuali.
Ed è proprio la filosofia di proiezione e di intervento
rapido, integrati alla Nato e alla Ue, che ispira una logica
tecnocratica con cui alla necessità di razionalizzazione della
struttura, con accorpamenti, integrazioni interne, eliminazione
di duplicati, si associa l’obiettivo di un massiccio
ammodernamento delle strutture con la crescita impetuosa della
spesa in investimenti sulla scia di paesi europei come Francia e
Gran Bretagna. Che, non a caso, hanno la più solida tradizione
di proiezione militare, spesso di matrice coloniale, e che
vantano efficienze operative e strutturali di primo piano.
Ecco quindi che si spiega il gigantesco contributo, 1,7
miliardi nel 2007, 1,55 nel 2008 e 1,2 nel 2009, stabilito
dall’articolo 113 della Finanziaria che va a formare un
Fondo, a disposizione del ministero della Difesa, “destinato al
finanziamento degli interventi a sostegno dell’economia nel
settore dell’industria nazionale a elevato contenuto
tecnologico”. Per valutare la consistenza dell’erogazione basti
pensare che con la metà di questo stanziamento si eliminerebbero
i ticket stabiliti dalla Finanziaria!
Lo stanziamento in oggetto, però, non è l’unico perché un
altro articolo, il 187, stanzia 400 milioni di euro per
il 2007 e 500 per il 2008 e 2009 per il funzionamento dello
strumento militare cioè “manutenzione ordinaria e straordinaria
di mezzi, materiali, sistemi, infrastrutture, equipaggiamenti
nonché adeguamento delle capacità operative e dei livelli di
efficienza anche in funzione delle missioni internazionali di
pace”. Ma non basta, con l’articolo 110 si rifinanziano
le attività già previste a favore del settore aeronautico e che
ammontano a 100 milioni per il 2007, 110 per il 2008 e 100
milioni per il 2009: si tratta degli Eurofighter che così non
sono coperti dall’articolo 113.
A fronte di questi stanziamenti ci sono poi delle decurtazioni
minime come i 120 milioni sottratti dalle risorse per la
professionalizzazione delle Forze Armate, i circa 100 milioni
prevedibili dai risparmi che colpiranno i vari ministeri e che
saranno stabiliti dal Ministero dell’Economia oltre al
contributo al bilancio nazionale che verrà dato con la
dismissione di immobili della Difesa non più utilizzati (le
caserme in particolare che potranno essere vendute agli enti
locali). Come si vede si tratta di un trasferimento che
resta imponente e che a nostro avviso non è accettabile,
soprattutto in presenza di una finanziaria che continua a
tagliare diversi servizi di base, che introduce i ticket, che
sostanzialmente blocca il turn-over nel pubblico impiego che, a
dispetto della regolarizzazione di 150mila precari nella scuola,
riduce drasticamente il numero dei docenti, e così via.
L’obiezione, del resto, va mossa anche in considerazione
dell’effettivo utilizzo di questi stanziamenti. Cosa c’è infatti
nell’ammodernamento e rinnovamento dell’apparato militare? I
piani di investimento sono molti e sono consultabili nella “Nota
aggiuntiva allo stato di previsione per la Difesa”. Tra questi
il grosso andrà ai programmi aerei (1,359 miliardi) con il
programma di velivoli Joint Strike Fighter, programma cui
partecipa anche Israele, che andranno a sostituire i Tornado e
gli Amx e il programma di elicotteri NH-90 funzionali allo
spostamento rapido di truppe in territori di guerra. A questi
vanno aggiuntigli Eurofighter che saranno completati nel 2015 e
a cui l’Italia partecipa con uno stanziamento di 450 milioni nel
2007 e gli stessi Tornado che costeranno 160 milioni. Altre due
voci importanti di questo programma di investimenti sono
costituite dai sistemi missilistici (435 milioni) e dai mezzi
navali (533) che prevedono la costosissima portaerei Cavour
(complessivamente verrà a costare 1,390 miliardi e sarà pronta
nel 2008).
Ovviamente tutto questo si giustifica con il rinnovato ruolo
internazionale dell’Italia che passa tramite lo stanziamento di
1 miliardo alle missioni di pace - previsto dall’articolo 188
che rende automatico il rifinanziamento, articolo che il governo
si è impegnato a cancellare ma senza aver ancora predisposto
l’emendamento - e che, in ultima analisi, costituisce la leva
che muove tutto il resto. Ancora una volta, sarebbe bene
cominciare da riconsiderare proprio questo aspetto della
politica militare, e purtroppo estera, del nostro paese.