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Riforma Tfr. Gli effetti
devastanti di lungo periodo
Felice Roberto Pizzuti
Sulla tanto discussa possibilità di trasferire
una parte del Tfr all'Inps si sta creando una pericolosa confusione.
Sembrano non chiare le pur profonde differenze tra il provvedimento
inserito nella Finanziaria (il 50% del flusso di Tfr non destinato
alla previdenza complementare verrebbe obbligatoriamente trasferito
in un fondo istituito presso la Tesoreria dello Stato, mentre l'Inps
si limiterebbe a gestirlo) e la proposta presente nel Programma
dell'Unione, sostenuta dalle forze della sinistra e illustrata da
chi scrive anche su queste pagine. In particolare, sono poco
percepiti i preoccupanti effetti più di lungo periodo che
deriverebbero dall'approvazione del testo di legge portato in
Parlamento.
La proposta a suo tempo inserita nel Programma e tuttora sostenuta
dalla sinistra mira a perseguire due obiettivi da tutti riconosciuti
come prioritari: attenuare il forte calo della copertura
pensionistica che si prospetta per i prossimi anni e, allo stesso
tempo, non penalizzare, ma anzi migliorare il bilancio pubblico.
Prima di entrare nel merito, è utile ricordare che le riforme
previdenziali degli anni '90 hanno determinato miglioramenti
finanziari superiori a quelli prefissati; ma proprio per questo,
hanno drasticamente ridotto la copertura pensionistica pubblica: il
rapporto tra la prima pensione e l'ultima retribuzione che si
stabilizzerà nel nuovo assetto sarà inferiore tra i 20 e i 30 punti
percentuali rispetto a quello che si aveva nel sistema retributivo.
Il tasso di sostituzione per un lavoratore dipendente che va in
pensione a 60 anni con 35 di anzianità contributiva, sarà inferiore
al 50%; per un lavoratore parasubordinato nelle stesse condizioni
sarà inferiore a 30%.
La proposta presente già nel Programma prende le mosse dalla
considerazione che i lavoratori dipendenti, per aumentare la loro
copertura pensionistica, dispongono di un flusso di risorse (gli
accantonamenti per il Tfr, i contributi aziendali a fini
previdenziali integrativi, i connessi sussidi fiscali) pari circa il
10% del costo del lavoro. Attualmente, però, ai lavoratori è
consentito di scegliere solo tra lasciare gli accantonamenti presso
le rispettive aziende o impiegare quel flusso di risorse nella
previdenza privata a capitalizzazione. Ciò che si propone è
riconoscere ai lavoratori una più libera ed estesa facoltà di scelta
nell'impiego di quelle loro disponibilità, consentendo di
utilizzarne una parte a piacere per aumentare la contribuzione al
sistema pensionistico pubblico. Il risultato sarebbe duplice. Se i
lavoratori in media decidessero di impiegare la metà di quelle
risorse (l'altra metà sarebbe liberamente ripartita tra le aziende e
i fondi pensione) per incrementare la loro posizione contributiva, i
tassi di sostituzione aumenterebbero mediamente di circa dieci punti
percentuali. Contemporaneamente, il maggior flusso contributivo
sarebbe pari a circa un punto percentuale di Pil; il corrispondente
miglioramento di bilancio persisterebbe a questo livello per circa
dieci anni, per poi ridursi progressivamente con il graduale aumento
delle prestazioni.
Nonostante i due consistenti risultati, questa proposta non ha
(finora) trovato accoglienza nella Finanziaria. Invece, il
provvedimento deciso dal Governo - che opera in modo costrittivo sui
lavoratori e sulle imprese - lascia preclusa la possibilità di
aumentare le prestazioni pensionistiche del sistema pubblico e ci
sono anche fondati dubbi che Bruxelles possa accettare le entrate
nel nuovo fondo della Tesoreria ai fini dell'abbassamento sotto il
3% del disavanzo pubblico. Infatti, nel bilancio pubblico, oltre
alle nuove entrate (previste pari a 5,3 miliardi di euro), dovrebbe
essere inserito anche il corrispondente debito assunto verso i
lavoratori (la quota di trattamento di fine rapporto a carico della
Tesoreria anziché delle imprese). Con l'altra proposta, invece, le
maggiori contribuzioni costituirebbero a tutti gli effetti un
aumento delle entrate, senza creare nuove poste passive nel bilancio
pubblico; infatti, essendo il bilancio previdenziale gestito a
ripartizione, le maggiori prestazioni pensionistiche future saranno
finanziate con le maggiori entrate contemporanee.
La conseguenza di lungo periodo e più preoccupante del provvedimento
in Finanziaria è che la parte di Tfr acquisita dalla Tesoreria sarà
sottratta alle imprese e verrà pure definitivamente esclusa dalla
possibilità di finanziare in qualsiasi modo aumenti della copertura
pensionistica.
L'aumento delle pensioni rimarrà praticabile solo rivolgendosi alla
previdenza a capitalizzazione. Ma se questo canale divenisse
cospicuo s'incorrerebbe in altri consistenti effetti negativi. Una
quota significativa della copertura pensionistica diventerebbe molto
più incerta come lo sono i rendimenti dei mercati finanziari i quali
male si adattano a soddisfare le esigenze di previdenza e sicurezza
sociale. La previdenza a capitalizzazione può opportunamente fornire
- a chi ha i mezzi per finanziarla e può permettersi di rischiare -
una copertura integrativa, ovvero aggiuntiva; ma non è affatto
auspicabile che essa sia sostitutiva rispetto alla copertura che il
sistema pubblico con minori costi e maggiore sicurezza può
assicurare alla generalità dei lavoratori.
Non da ultimo, va tenuto presente che già oggi, a causa della
struttura dimensionale e proprietaria del nostro sistema produttivo,
i fondi pensione investono una parte trascurabile (il 2,3%) delle
loro entrate in azioni italiane, mentre ben il 77% è allocato
all'estero. Un elevata e rapida crescita dei fondi pensione che
trasferisse loro una quota elevata del Tfr farebbe aumentare in modo
esponenziale il flusso di risparmio nazionale dirottato verso il
finanziamento dei sistemi produttivi nostri concorrenti,
penalizzando la ripresa. E' fortemente auspicabile che nel dibattito
sulla Finanziaria la Maggioranza rivaluti la proposta già inclusa
nel suo Programma.
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