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Call center, Cgil nella
bufera La sinistra: «Ritirare la firma»
Antonio Sciotto
I call center e la legge 30 tornano a dividere
la Cgil: nell'occhio del ciclone, l'«avviso comune» siglato la
settimana scorsa da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria. Firmandolo, la
Cgil ha accettato di configurare i lavoratori che fanno telefonate (outbound)
come cocoprò, a differenza di quelli che le ricevono (inbound),
unici con il diritto a un contratto dipendente. Discriminazione
presente nella circolare emessa in giugno dal ministro del lavoro
Damiano, in applicazione della legge 30. Al Direttivo di ieri, tre
aree della sinistra Cgil hanno manifestato la loro contrarietà, con
tre ordini del giorno: uno dell'area Dino Greco-Gianni Rinaldini, il
secondo della Rete 28 aprile di Giorgio Cremaschi, il terzo di
Lavoro e società di Nicola Nicolosi. Nella sostanza, si chiede il
ritiro della firma.
Il tema non è affatto secondario e non riguarda solo i call center:
implica l'approccio della Cgil alla precarietà e alla legge 30 nel
quinquennio dell'Unione. In rapporto con le conclusioni del
Congresso di Rimini, che ha chiesto la cancellazione della legge 30
e ha ribadito la necessità di ricondurre tutto il lavoro
economicamente dipendente sotto un'unica tipologia, senza
discriminazioni tra serie A e B.
Il segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini ha aperto il
proprio intervento chiedendo esplicitamente il ritiro della firma:
«Innanzitutto - spiega - per una questione di metodo: non possiamo
andare al tavolo che si aprirà in gennaio sulla legge 30 avendo già
avallato parte di essa, e in particolare l'interpretazione secondo
cui chi fa le telefonate è parasubordinato e chi le riceve è
dipendente. Quella firma deve essere ritirata». Punto «caldo» anche
quello delle pensioni, con il memorandum firmato da Cgil, Cisl e Uil
con il governo: le aree della sinistra hanno ugualmente dato
battaglia per svuotare di contenuti il testo sottoscritto e
trasformarlo di fatto in una pura agenda di soli titoli. Per
Rinaldini, «è chiaro che quel testo non pone alcun vincolo e che il
sindacato può andare a trattare solo in presenza di una piattaforma
votata e approvata da tutti i lavoratori».
Il testo approvato dal direttivo (4 contrari e 2 astenuti) ha
«ammorbidito» il peso del memorandum, ma purtroppo non è ancora
maggioritaria in Cgil l'idea che si debba fare un chiaro percorso
democratico - piattaforma e voto - prima di andare a discutere con
il governo. Quanto ai call center, è stata accolta la proposta di
Guglielmo Epifani, che ha preferito rimandare il tema al prossimo
direttivo: sarà il primo punto in discussione. Nel frattempo,
l'avviso comune è sostanzialmente «congelato» negli effetti.
Su pensioni e call center, Cremaschi ribadisce le posizioni di
Rinaldini. Ma specifica che ha votato contro il documento del
direttivo: «Stiamo facendo un errore strategico - spiega - Dire che
ci piace una finanziaria che con i ticket e le tasse locali rischia
di annullare i benefici fiscali, significa metterci in una posizione
di debolezza nelle prossime trattative su pensioni, contratti e
legge 30: le imprese diranno che abbiamo già avuto».
Per Nicolosi, «la Cgil deve modificare i termini dell'accordo sui
call center o ritirare la firma: la lotta alla precarietà è stato il
primo punto al Congresso, e ora non possiamo dividere tra lavoratori
garantiti e non. Spero anzi che con le altre aree raggiungeremo una
proposta comune, e che essa diventi maggioritaria. Sulle pensioni,
penso che dobbiamo avere una piattaforma comune e il voto dei
lavoratori, altrimenti non si tratta».
Spunto interessante del documento finale: la Cgil propone
un'aliquota del 45-48% per i redditi tra 150 mila e 200 mila euro. E
si dice contraria a nuovi ticket e ai tagli agli enti locali.
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