|
Call center, un nuovo accordo che frega i
cocoprò
Firmato da Cgil, Cisl, Uil e imprese sulla
scia della finanziaria. Condona il pregresso, avalla la legge 30 e
il lavoro a progetto
Antonio Sciotto
Nuove magagne sul fronte dei call center, e
questa volta è addittura la finanziaria, concretizzata due giorni fa
da un primo accordo sindacale, a mettere in crisi il risultato
dell'ispezione Atesia. E' in atto una vera e propria maxi-sanatoria,
un «condono cocoprò», in base al quale una parte dei contributi
pregressi e in pratica tutti i differenziali salariali verranno
«sanati» ai datori di lavoro grazie a futuri accordi sindacali. In
prima fila, tra i «graziati», la Cos di Alberto Tripi, bastonata
dall'ispezione che ha imposto l'assunzione di tutti i 3200
parasubordinati e la restituzione dei contributi fino al 2001.
Di qualche settimana fa l'appello dell'azienda: assumeremo 4 mila
persone se verranno annullate le conclusioni dell'ispezione, e
verranno assunti i nuovi criteri stabiliti dalla circolare Damiano.
Emessa in giugno, la circolare distingue tra inbound e outbound: i
primi (in ricezione telefonate) con il diritto al lavoro dipendente,
i secondi (che le fanno) condannati all'eterna condizione cocoprò.
Il ministro Damiano, mediatore per eccellenza, ha trovato la quadra:
non si è opposto frontalmente al rapporto dei suoi stessi ispettori,
pur non condividendone di fatto le conclusioni; piuttosto, ha
elaborato in finanziaria un meccanismo con il quale si può procedere
all'assunzione graduale dei parasubordinati (solo gli inbound), ma
si dispone anche che le parti potranno stipulare accordi che
superano le conclusioni dell'ispettorato. Tali intese dovranno
disporre delle conciliazioni con i lavoratori, e dunque un condono
tombale sul pregresso. La finanziaria, all'articolo 178, recita:
«L'accesso alla procedura è consentito anche ai datori di lavoro che
siano stati destinatari di provvedimenti amministrativi o
giurisdizionali non definitivi concernenti la qualificazione del
rapporto di lavoro. Gli effetti di tali provvedimenti sono sospesi
fino al completo assolvimento degli obblighi». Come se non bastasse,
la stessa finanziaria parla solo di «passaggi a lavoro subordinato»,
dunque (perché no?) anche contratti a termine, in apprendistato,
interinali, o magari a chiamata.
Atesia è esemplare: siamo ancora in fase di ricorso dell'azienda
contro l'ispezione, e intanto è sopravvenuto un accordo
interconfederale (siglato due giorni fa) che dispone l'applicazione
della circolare Damiano per l'intero settore dei call center. E'
firmato da Cgil, Cisl, Uil e tutte le associazioni datoriali, e a
questo punto non si attende altro che un'intesa aziendale per poter
cancellare con un colpo di spugna l'obbligo a risarcire il pregresso
contributivo, assumendo solo una parte dei lavoratori. D'altra
parte, la Cos sta trasferendo centinaia di dipendenti in Atesia da
altre sedi, in modo da far apparire una più alta quota di
subordinati nel totale e non dover assumere molti cocoprò.
L'accordo interconfederale, firmato anche dalla Cgil, prevede
inoltre una grave violazione dei diritti individuali (e perciò
indisponibili) dei lavoratori. A differenza dei consueti accordi,
infatti, si dispone in un articolo che l'intesa aziendale dovrà
disporre i tempi entro cui gli interessati formalizzeranno una
conciliazione sul pregresso, scambiandola di fatto con l'assunzione.
Normalmente la conciliazione può essere soltanto proposta al
lavoratore, e quest'ultimo può accettare o meno di firmarla, oppure
procedere con una causa, ma non per questo viene escluso dalla lista
degli assumendi. Invece, con questa formula, si obbliga praticamente
il lavoratore ad accettare la conciliazione o a essere escluso
dall'elenco assumendi. Si potrebbe anche ravvisare una
incostituzionalità, perché il sindacato e l'impresa si
arrogherebbero un diritto individuale del lavoratore, la sua libertà
di procedere a una causa per quanto dovuto.
C'è anche un «dolcino» finale: le parti si sono impegnate ad avviare
un confronto sullo sviluppo del settore, ai sensi del decreto
legislativo 276 del 2003, ovvero della legge 30. Ma la Cgil non era
per «cancellare la 30»? Almeno così recitano le tesi approvate al
Congresso di Rimini. D'altra parte, se si è accettata nella pratica
dell'accordo la logica di condannare in una perenne «serie B del
lavoro» i parasubordinati (l'intesa interconfederale autorizza il
ricorso al lavoro a progetto per le attività di outbound) è
difficile sostenere nella teoria l'esigenza di «riscrivere la 30» e
«ricondurre tutto il lavoro economicamente dipendente sotto un'unica
tipologia».
|