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Nuovo salasso sui precari
La finanziaria cava soldi dai contributi
inflitti a «collaboratori» e lavoratori «parasubordinati»
Rincaro dei contributi previdenziali, ma non del salario, né tutele
sociali.
Carla Casalini
Brutte nuove dalla finanziaria per chi ha un
lavoro precario: in particolare i «collaboratori» che siano «a
progetto» o ad altro titolo, e per chi è titolare di «partita Iva» -
non i professionisti, che non se la passano male ma tutti gli altri,
«fuori ordine e fuori albo». La manovra prevede infatti per loro un
aumento secco dei contributi pensionistici (per i collaboratori già
assicurati il 23% più lo 0,50% di contributo per maternità, malattia
e assegni familliari; il 16% per gli altri).
Ma è una popolazione più vasta, e variegata, quella dei lavoratori
parasubordinati o autonomi o «associati» che si trovano in una
condizione di precarietà senza garanzie. Ci sono gli ormai noti
co.co.co e co.co.pro, censiti in circa un milione e ottocento mila -
in basa ai collaboratori già iscritti al Fondo separato dell'Inps -
e che già non sono più solo formati da giovanissimi, perché l'età
ormai bascula fra i 30 e i 50 anni; mentre sono circa 500 mila i
precari Iva.
A tutti loro va però aggiunta l'indefinita miriade - 3-500mila ? -
di donne e uomini «associati in partecipazione»: sono commessi o
altri addetti del commercio che pullulano nel vasto ramo del
franchising, dove non vengono assunti come prestatori d'opera bensì
risultano «soci» fornitori di lavoro insieme ai «soci» che invece
detengono il capitale: l'esito, come è intuibile, è una condizione
di estrema fragilità senza garanzie con in più addirittura il
rischio, per loro, che se qualcosa va male in quanto «soci» ne
pagano le conseguenze.
Ma veniamo ai provvedimenti della finanziaria che fanno dare un
«primo giudizio negativo» - come dice fermamente Roberto D'Andrea,
dirigente nazionale del Nidil-Cgil, la struttura che segue
trasversalvente tutti i lavoratori temporanei, da quelli a termine o
in affitto, ai collaboratori. L'aumento del contributo pensionistico
per i 'parasubordinati', infatti, «poteva andare bene per alzare il
costo del lavoro per chi usa l'opera dei collaboratori, ma solo se
vi corrispondeva una definizione del loro salario: altrimenti, al
crescere dei contributi, il datore di lavoro avrebbe diminuito -
come già fa - il compenso già esiguo che ricevono».
La richiesta che si legasse il salario dei collaboratori a quello
dei lavoratori dipendenti fissato nei contratti nazionali dei
diversi settori corrispondenti, invece non è stata accolta. «Non c'è
nessuna norma per stabilire che i compensi dei parasubordinati non
siano inferiori», stigmatizza il comunicato ufficale del Nidil.
Quanto alle «partite Iva individuali», l'aumento dei contributi
pensionistici sarà ancor più pesante perché questi lavoratori
dovranno pagarseli tutti da soli, e perciò «l'assenza di costi
previdenziali a carico dei committenti è anche un incentivo», notano
diverse organizzazioni di precari, all'uso improprio di questi
prestatori d'opera, reso grazie alle scelte della finanziaria ancor
più vantaggioso per chi cerca lavoro senza spesa.
Ma mancano anche le «tutele sociali» per i parasubordinati. Non c'è
la «tutela per la gravidanza a rischio» - diversamente da quanto
sostenuto dal governo - confutano i rappresentanti dei precari. Né
c'è il riconoscimento dell'indennità per il «sussidio di
disoccupazione a requisiti ridotti»: per intenderci, quella miseria
- se confrontata cone le misure degli altri paesi europei - che
invece è riconosciuta ai lavoratori con contratti a tempi
determinati (ossia il 60-70-80% di ciò che hanno guadagnato l'anno
precedente: e possono essere anche solo 78 giornate di lavoro,
dunque si può immaginare l'«aamontare» della paga di riferimento).
Insomma, ai 'parasubordinati» neppure questo è riconosciuto.
Negletta anche la richiesta di risorse per la «formazione». Mentre
ci sono alcune garanzie «riconosciute», sì, ma che risultano
insufficienti o addirittura «non esigibili». Per esempio, è previsto
un «indennizzo» per la malattia «domiciliare» (e non solo per il
ricovero ospedaliero) ma di 20 giorni complessivi l'anno e per un
valore tra i 9 e 18 euro «al giorno»: risibili. Mentre il governo ha
stabilito sì «indennità economiche» per i «congedi parentali»:
peccato che non siano esigibili perché nei contratti co.co.pro./co.co.co
non è prevista la possibilità di sospensione del lavoro per
«congedi». Per non parlare dei collaboratori o «interinali» del
pubblico impiego, destinati al licenziamento.
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