Dal Manifesto del 4-10-2006

 

Visco si mangia il cuneo

Manovra ingrata

 

 

Presi per il cuneo
60% alle imprese, 40% al lavoro: ma mentre le aziende si prenderanno per intero la loro quota del cuneo fiscale, i lavoratori dipendenti dovranno dividerla con tutti i contribuenti, anche quelli che evadono le tasse. «I ricchi non si lamentino», dice Padoa Schioppa: come dargli torto. Ma per le «armi tecnologiche» i soldi ci sono

 

 

Visco si mangia il cuneo
Nella legge finanziaria è sparita la restituzione del cuneo fiscale ai lavoratori dipendenti
Del taglio del costo del lavoro beneficeranno solo le imprese: nelle buste paga non ci sarà un euro di più. La riduzione favorirà anche gli evasori fiscali

Galapagos


Dal taglio di cinque punti del cuneo fiscale ai lavoratori dipendenti non arriverà una lira. Tutto il dibattito che aveva preceduto la riduzione del costo del lavoro è carta straccia: ai lavoratori dipendenti ai quali doveva andare il 40% del minor costo del lavoro non vedranno una lira in busta paga. A beneficiare dei soldi dei lavoratori (stimabili in circa 4 miliardi lordi di euro) saranno infatti tutti i contribuenti. Partiamo dall'inizio: una quindicina di giorni fa il governo aveva fatto il grande annuncio: taglieremo di cinque punti il cuneo fiscale e nelle tasche dei lavoratori finirà il 40% del taglio. Ovvero tra i 3,6 e i 4 miliardi di euro su base annua. Siccome l'appetito vien mangiando, alcuni sindacati e parte della sinistra radicale avevano rilanciato chiedendo che il 50% del taglio fosse restituito ai lavoratori. Ma il governo tiene duro: il 40% non si discute. E tutti zitti, anche se la cifra netta in più in busta paga sarebbe bastata solo per un paio di pizze. Una settimana fa la prima sgradita sorpresa: per motivi finanziari (i soldi non bastano) viene comunicato che il taglio di 5 punti di cuneo avverrà in due tranche: (a febbraio e a luglio). In questo modo l'erario risparmierà un po' di soldi, viene spiegato. Ma state sicuri dal 2008 il taglio del cuneo fiscale andrà a regime. Venerdì il governo approva la legge finanziaria. In conferenza stampa, Visco e Padoa Schioppa parlano ampiamente del taglio del cuneo che sarà realizzato fondamentalmente attraverso una riduzione dell'imponibile Irap. I benefici - ci spiegano - del taglio sono evidenti: minor costo del lavoro, maggiore competitività e quindi un aiuto allo sviluppo. Poi ci spiegano anche che per il Sud il taglio del cuneo fiscale sarà maggiore. E questo non può che fare piacere: magari un po' di sommerso emergerà. Ma del taglio del cuneo a favore dei lavoratori dipendenti, non parla nessuno. Perché? Ieri, finalmente, viene distribuito il testo definitivo della voluminosa (213 articoli) legge finanziaria ma da una meticolosa lettura del Capo VII (misure a favore dello sviluppo) che inizia con l'articolo 18 non emerge nulla, salvo la conferma di come sarà realizzato il taglio a favore delle imprese. E del cuneo a favore dei lavoratori non si parla in nessun altro articolo. Che fine hanno fatto i soldi dei lavoratori? A questo punto casualmente, a pagina 28 della Relazione previsionale e programmatica (il documeto macroeconomico che accompagna e completa la finanziaria) la scoperta: «la riduzione del carico fiscale sui lavoratori viene realizzata nell'ambito di un più ampio intervento di riforma Irpef che interessa non solo i lavoratori dipendenti, ma tutti i contribuenti». Come dire che i soldi dei lavoratori non andranno direttamente a tutti i lavoratori, ma a tutti i contribuenti, compresi i proprietari delle pizzerie nelle quali il lavoratore dipendente «beneficiato» del taglio del cuneo avrebbe potuto consumare un paio di pizze per festeggiare l'evento. E invece a festeggiare saranno solo i proprietari delle pizzerie (e dei ristornati) che mediamente nel 2004 hanno denunciato al fisco poco più di 20 mila euro di reddito lordo annuo. Ma i sindacati non si erano accorti di nulla? «Lo sapevamo - ci dice un alto dirigente della Cgil - ma eravamo d'accordo» che a essere alleggerita fosse l'intera imposizione fiscale. Certo, ci dice un altro sindacalista «può apparire un po' spiacevole che anche gli evasori beneficino della redistribuzione del reddito, ma il fisco deve essere uguale per tutti». «Senza considerare - spiega un altro - che gli aumenti degli assegni familiari sono destinati solo ai lavoraori dipendenti». Fatti due conti con le cifre fornite dal governo, si scopre che il ridisegno delle aliquote Irpef porterà benefici netti (esclusi gli assegni familiari) per appena 500 milioni di euro. Non era meglio lasciare ai lavoratori il 40% del taglio del cuneo fiscale? E perchè questa improvviso e misterioso cambio di rotta? Non c'erano risorse, ci dicono in molti. E qualcuno tecnicamente spiega che poiché la riduzione del cuneo avviene attraverso il taglio dell'Irap, ci si è trovati di fronte a una moltitudine di aziende che non pagano questa imposta in quanto presentano redditi negativi. Insomma, l'evasione condanna ancora una volta i lavoratori dipendenti.

 

Commento
Manovra ingrata per troppi Cuneo e pensioni Botta sul lavoro dipendente, sindacati concordi col governo in nome dell'interesse generale
Carla Casalini


La botta calata dal cuneo fiscale addosso ai lavoratori dipendenti - perché di loro si tratta e delle imprese che ne usano il tempo di vita, quando si parla del taglio di questa voce del 'costo del lavoro' - è solo l'ultima scoperta in ordine di tempo sulla finanziaria-puzzle partorita dal governo di centro-sinistra. Solo che alle «imprese» si dà ciò che si promise,ossia il 60 per cento ricavato dal taglio del «cuneo» (con la necessità per lo stato di compensare questo dono con miliardi di soldi pubblici). Ai «lavoratori» invece non si dà nulla. E quindi da loro si prende: non esiste infatti un conto a somma zero fra contendenti di diverso potere, sia nelle questioni macroeconomich e che nei contenziosi politici, di rilievo pubblico non diversamente, per altro, dall'esperienza che ciascuno può fare nelle relazioni della vita quotidiana, a meno che non decida di osare e cambiare il paradigma. Il primo problema, sul «cuneo» è che i sindacati non hanno neppure pensato di poter osare . Per loro, infatti, che il taglio del costo del lavoro non porti nulla ai lavoratori dipendenti, e che viceversa la quota, pur minore, loro promessa sia spalmata su tutti i «contribuenti italiani» sotto una certa soglia di reddito, pare non creare problema. Anzi, sono i sindacati che l'hanno 'concordata' col governo, assicurano alcuni leader: perciò la «scoperta» riguarda solo gli ingenui «profani». Dovendo scegliere se allinearsi o no con gli sgamati «strateghi», è preferibile ancora sempre scegliere il campo dei «profani», degli ingenui, di chi aveva tante aspettative sulla svolta del governo di centro-sinistra dopo Berlusconi, e oggi passo dopo passo deve fare i conti con le proprie tasche non meno che con le speranze e sogni di futuro - percezione materiale e simbolica insieme. L'immagine di giustizia «redistributiva» di questa finanziaria - che pure c'è - può essere giocata infatti solo sulle ali estreme: da un lato lo sforbiciamento dei redditi sopra i 75 mila euro (ridicolmente contrastato dalla campagna contro la punizione dei «ceti medi», concetto quanto mai sfuggente e comunque, stando al reddito, semmai collocato molto più in basso); dall'altro i vantaggi per chi si trova in fondo alla «scala» per reddito e condizione (ma anche qui colpiscono particolari stoltamente esosi, come la norma per cui ad esempio se un pensionato dimentica di ritirare il referto medico al tempo stabilito, pagherà l'intera prestazione, anche se sarebbe esente da queste spese sanitarie). Perciò, via via che si riesce a leggere l'impervio testo della manovra, pare avvilente il goffo insistere dei manifesti di Rifondazione su Robin Hood. Fuori dalle «ali», invece, c'è da pagare per tutti coloro che pur si trovano nella parte bassa della graduatoria del reddito. E i lavoratori dipendenti, il cui prelievo fiscale è automatico e non disponibile a loro scelte (magari di evasione, come per altri) sono un buon esempio del nocciolo duro nel cuore di questa finanziaria. Di conseguenza i sindacati, che li rappresentano, sono un buon esempio di ciò che sono disposti a sacrificare a loro danno, una volta ingabbiatisi nella morsa dell'«interesse generale». Se infatti l'indifferenza della finanziaria per i lavoratori precari, «parasubordinati», sembra non risvegliare l'attenzione dei sindacati (come se poco li riguardasse), che dire dell'accordo che hanno fatto col governo, accettando un aumento dello 0,3 per cento dei contributi pensionistici a carico dei lavoratori dipendenti - in cambio presumibilmente di una rinuncia a «chiudere una finestra» di uscita per le pensioni di anzianità? Non è un buon anticipo per l'incombente trattativa sulle pensioni. E intanto, già quel carico dello 0,3% vuol dire un taglio medio di 60-80 euro l'anno; più lo 0,3% di addizionale Irpef dei comuni (Moratti l'ha già annunciato) fanno altri 60-80 euro in meno. Ecco che per i redditi sopra i 20 mila euro non si prende più niente (e stando solo alle imposte dirette).