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Sul tfr governo alle strette
Non piace quasi a nessuno la scelta di
affidare il 50% dei tfr «inoptati» a un fondo pubblico gestito dall'Inps,
ma finalizzato a finanziare le infrastrutture. Si annuncia battaglia
in parlamento
Francesco Piccioni
Se c'è un titolo della finanziaria che
difficilmente arriverà intatto al traguardo dell'approvazione
definitiva - entro il 31 dicembre, come sempre - è il capitolo
relativo alla destinazione del «trattamento di fine rapporto», in
gergo tfr. La soluzione trovata dal governo non piace quasi a
nessuno: partiti della maggioranza, Confindustria, opposizione,
sindacati (almeno due dei principali: Cisl e Uil). Al punto che il
capogruppo dell'Udeur alla Camera, il mastelliano di stretta
osservanza Mario Fabris, parla chiaramente di «rilanciare con forza
il dialogo con l'opposizione» proprio «per sciogliere i nodi critici
della legge finanziaria»: il presunto aumento del carico fiscale in
conto ai presunti «ceti medi» e il più chiaramente identificabile
tfr.
Anche il governo non sembra convintissimo della soluzione scelta.
Che poi è in parte quella già prevista da tempo: dal 1 luglio i
lavoratori dovranno scegliere se destinare il tfr alla previdenza
complementare (i fondi pensioni negoziali, gestititi unitariamente
da sindacati e imprese), oppure lasciarli - come ora - nelle mani
dell'azienda, che ce lo corrisponderà sotto forma di «liquidazione»,
in unica soluzione con gli interessi maturati, all'atto dello
scioglimento del rapporto di lavoro (per pensionamento,
licenziamento o dimissioni). La novità dell'ultimo momento è che il
50% dei tfr «inoptati» - ossia non indirizzati ai fondi pensione -
finiranno obbligatoriamente in un fondo pubblico, gestito dall'Inps,
e destinato a finanziare le infrastrutture. Fino a sabato la cifra
«sequestrabile» era pari al 65%. Le urla - di Confindustria, in
primo luogo - hanno giù convinto Prodi & C. a scendere al 50%.
Un'«operazione di finanza creativa», la chiamano gli economisti
liberisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi. In primo luogo perche si
trasferisce «un debito nei confronti dei lavoratori dipendenti dalle
imprese allo stato»; un debito che ovviamente andrà pagato, prima o
poi, e che quindi viene semplicemente scaricato sulle gestioni
future. In pratica il trasferimento del tfr al «fondo pubblico»
diventa un «prestito forzoso» nei confronti dello stato. Un prestito
fatto figurativamente dalle imprese, ma che riguarda denaro -
«salario differito» - di proprietà dei dipendenti. Confindustria e
tutte le altre associazioni imprenditoriali sono abituate da decenni
a utilizzare il tfr come liquidità propria, e ora temono che questa
drastica riduzione di «liquido» costringerà le imprese - specie le
più piccole - a rincorrere il credito bancario; che costa.
Suonano perciò incomplete le difese d'ufficio, come quella del
ministro Cesare Damiano, tipo «noi perseguiamo un grande obiettivo,
quello di far decollare la previdenza complementare». Anche se
risulta più convincente il rimprovero alle imprese, che fin dal 1993
si erano dichiarate contentissime di far marciare la «seconda gamba»
della previdenza. Ma neppure la «rossa» Legacoop, che pure apprezza
l'«equilibrio» della finanziaria, gradisce la mossa sul tfr. Il
presidente Giuliano Poletti è esplicito: «non concordiamo», perché
la misura «finirà per penalizzare le imprese a più alto tasso
occupazionale, in particolare le aziende fornitrici della pubblica
amministrazione, che attendono per mesi i pagamenti dovuti». Prova a
smontare questa argomentazione il ministro per l'attuazione del
programma, Giulio Santagata, ricorrendo a qualche calcolo che chiama
in causa una misura chiaramente a vantaggio delle imprese, come la
riduzione del cuneo fiscale: «un'impresa con 10 dipendenti, con un
costo del lavoro complessivo di 230.000 euro annui, nell'ipotesi che
5 dipendenti optino per fondi pensione integrativi, verserà all'Inps
complessivamente 3.500 euro di tfr e ne riceverà circa 6.900 dalla
riduzione del cuneo fiscale. E non è tutto. Se ipotizziamo che
l'impresa ricorra al credito per sostituire i 3.500 euro di Tfr avrà
un costo aggiuntivo di circa 175 euro, ma ne riceverà circa 195 di
compensazione, così come previsto dall'attuale normativa per i fondi
pensione». Insomma: «un'impresa avrà nella fase di avvio
dell'operazione sul Tfr maggiori risorse per gli investimenti e
nessun costo finanziario aggiuntivo». Incontentabili.
Nessuno parla, invece, dall'autentica «involuzione» che colpirà le
abitudini (e le finanze) dei lavoratori dipendenti. Scomparirà, per
i più giovani attualmente al lavoro e per quelli che ci andranno nei
prossimi anni, la «liquidazione». Ossia quella somma consistente che
fin qui serviva per le grandi spese, come la «base» per l'acquisto
della casa ai figli, o lo spegnimento di un mutuo. «In cambio» - ma
solo per modo dire - avranno due pensioni. Che insieme non
pareggeranno neppure una di quelle in vigore oggi. E sempre che le
borse, al momento giusto, non facciano disastri.
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