Il patto che piace alle imprese
Montezemolo propone il «patto per la produttività»: orari più lunghi, salari più corti. Epifani: «Preferisco un patto contro la precarietà nel lavoro»
Manuela Cartosio


Dio mio, come siamo caduti in basso. Dal patto tra i produttori al patto per la produttività. Da Trentin a Montezemolo, dalle persone alla cosa-feticcio. Se il primo patto - morto nella culla alla fine degli anni Settanta - non entusiasmava, il secondo deprime. Andrà in porto? Molto dipenderà dalla Cgil che, ieri a caldo, non ha abboccato al «patto per la produttività» rilanciato in grande stile dal presidente di Confindustria. «Preferirei partire da un patto contro la precarietà nel lavoro», ha replicato Epifani. Il segretario della Cgil, insolitamente tagliante, ha fatto una controposta a Montezemolo: una bella commissione sindacati-Confindustria sulla trasparenza dei comportamenti aziendali. Almeno in quella sede, «sentiremo cosa ha da dire Confindustria sui lavoratori spiati dalla Telecom».
Intervenendo al tradizionale convegno del Centro studi di Viale dell'Astronomia, il padrone di casa ha dettato obiettivi e contenuti del patto agli altri due ipotetici contraenti, governo e sindacati. Ha elencato le «strozzature» che frenano il sistema-Italia e suggerito i rimedi. Essendo la «prima emergenza» il recupero della produttività e della competività, ne consegue che il primo rimedio è una maggiore flessibilità degli orari e dei salari. I primi devono allungarsi, i secondi devono accorciarsi. Stringi stringi, e senza fantasia, questa è l'architrave di un'alleanza in cui sono i lavoratori a «dare». Montezemolo lo sa e mette le mani avanti. «Anche gli imprenditori sono disposti a fare la loro parte», assicura. Come? Si impegnano a destinare a investimenti le risorse derivanti da una futura minore pressione fiscale sulle imprese. Ma che bravi, rinunciano a comprarsi la quarta villa e la quinta Bmw con i soldi eventualmente risparmiati sulle tasse. Ha proprio ragione Leonardo Del Vecchio. Intervistato ieri da
repubblica, il patron di Luxottica descrive così i «colleghi» italiani: «Imprenditori senza coraggio, al rischio preferiscono rendite e ville. Dai piccoli ai grandi, nessuno tira fuori in euro di tasca propria».
E' «vitale» per la produttività - dice Montezemolo - che la contrattazione collettiva metta a disposizione delle imprese una maggior quantità di ore effettivamente prestate, «recuperando, quando necessario, parte delle ore retribuite ma non lavorate». E' «cruciale» la possibilita per le aziende d'adeguare la durata media e massima degli orari alle esigenze produttive e di rendere «più agevole» il ricorso al lavoro straordinario. E' «necessario» collegare più strettamente i salari aziendali alla produttività e alla redditività dell'impresa. Da una parte i premi aziendali devono essere davvero «variabili», cioè aleatori. Dall'altra, la contrattazione di secondo livello deve pesare di più rispetto a quella nazionale. La Cisl si muove da tempo su questa strada e il segretario Raffaele Bonanni apre al «patto» tra imprese e i sindacato: più flessibilità in cambio di più salario legato alla produttività e ai risultati aziendali e di un maggior coinvolgimento dei lavoratori nelle scelte delle imprese. Sul patto la Uil prende tempo: «Discutiamone dopo la finanziaria». Epifani, pur respingendo le avances di Montezemolo, ammette che esiste «un problema» di flessibilità degli orari. «Lo stiamo affrontando con accordi importanti, quello recente con la Fiat dimostra che quando ci si siede attorno a un tavolo la soluzione si trova».
Fatto il lavoro grosso con i sindacati, Mantezemolo è passato al governo: ammoderni lo Stato, abbassi le tasse alle imprese, risani il deficit tagliando la spesa sociale e, soprattutto, non pensi di rifare l'Iri. «Registrare ancora un'invadenza del pubblico in economia è desolante. Troppo spesso ci sembra di combattare con un'Idra a tre teste». Questo è tutto quel che ha da dire sull'affare Telecom il presidente di Confidustria. Che striglia anche le banche: «Prestare denaro a fronte di garanzie non è l'attività che ci si aspetta da un banchiere moderno. Fare banca significa assumersi dei rischi». Dal 2001 al 2005 la quota di prestiti garantiti, cioé coperti da un'ipoteca, è cresciuta di 3 punti, arrivando al 74% del totale. Serve l'esatto contrario, dice Montezemolo: banche che siano «veri partner» delle imprese,