Flessibilità o precarietà: questo è il problema?
Un elemento che ha caratterizzato il dibattito tra le forze
politiche durante l'ultima campagna elettorale è stato quello
della precarietà del lavoro. Contro la destra che ha voluto la
precarietà, le forze del centro sinistra hanno sostenuto la
flessibilità. Ma è poi così vero che "flessibile è bello" e
"precario è brutto"?. Di Duilio Felletti. Settembre 2006.
Flessibilità e/o
precarietà e costo del lavoro
Ci sembra di non sbagliare se diciamo che oggi (per non dire da
sempre) l'assillo costante dei padroni è quello di ridurre ai
minimi termini il costo del lavoro, come azione imprescindibile
per la sopravvivenza delle loro aziende. E l'insistenza con cui
di volta in volta agitano questo argomento dipende dalla
contingenza economica.
In questa fase, la concorrenza da loro definita "sleale" dei
paesi orientali (Cina, India) i quali conquistano fette
crescenti di mercato invadendolo con prodotti ottenuti grazie
all'utilizzo di forza lavoro sottopagata, li porta a invocare la
necessità di provvedimenti legislativi (come una riduzione del
carico fiscale sul costo del lavoro) che consentano loro di
avere costi inferiori sulla forza lavoro impiegata nel ciclo
produttivo.
Nello stesso tempo però non hanno mai smesso di parlare di
competitività da riconquistare con l'aumento della produttività,
che in Italia sembrerebbe (e probabilmente è vero) una delle più
basse a livello europeo.
Ricordiamo che quando parliamo di produttività parliamo del
tempo necessario per produrre una quantità unitaria di un
determinato bene di consumo.
Spesso al posto del termine produttività usano anche il termine
"costo del lavoro per unità di prodotto (clup)": è la stessa
cosa poichè un aumento della produttività porta alla riduzione
del clup.
In sintesi possiamo dire
che i padroni cercano di ridurre il costo del lavoro agendo su
due fronti: quello della riduzione diretta dei costi che gravano
sul lavoro, e quello dell'aumento dei livelli di produttività.
Possiamo anche dire,
ancora meglio, che i padroni cercano di ridurre il costo del
lavoro puntando a pagare la prestazione del lavoratore solo nel
momento, e per il tempo in cui, questa è effettiva.
Cioè, se un lavoratore lavora sei ore su otto, il padrone
intenderebbe pagarne sei. Oppure, se la prestazione di un
lavoratore si rende necessaria per soli tre giorni alla
settimana, o per 4 mesi in un anno, il padrone vorrebbe non
averlo alle sue dipendenze per il restante periodo.
Insomma il sogno del padrone non è quello di non pagare il
lavoratore, bensì quello di poter disporre del lavoratore solo
quando gli serve (il lavoratore usa e getta).
Il lavoratore da parte sua non dovrebbe temere di trascorrere
periodi di inattività, in quanto, funzionando le cose in questo
modo su larga scala (cioè, se tutti i padroni facessero così),
si troverebbe invece a dover cambiare attività più volte. E che
sarà mai!..
L'introduzione del lavoro
precario (che inizialmente aveva la denominazione più elegante
di "atipico") è stata un'idea scaturita dalla concertazione
degli anni '90, tant'è che ormai molto difficilmente oggi un
lavoratore viene assunto con un contratto a tempo indeterminato:
nella prima fase come minimo deve sciropparsi un periodo più o
meno lungo di lavoro interinale o a progetto o a... chissà
cos'altro, per poi sperare di essere assunto in pianta stabile.
Ma negli anni che hanno
preceduto l'affermarsi del lavoro precario, i ragionamenti tra
padroni e sindacati volti a far fronte alle crisi aziendali
vertevano invece sulla flessibilità dell'utilizzo della forza
lavoro. Vale a dire sulla possibilità per il padrone di
utilizzare il lavoratore, nella medesima azienda, in diverse
mansioni a seconda delle esigenze "tecniche, organizzative e
produttive" del momento. E nel merito si sono fatti
parecchi accordi, sia nelle industrie che nei servizi, ma anche
nel pubblico impiego.
Non è stato facile per i
padroni ottenere questi risultati; diciamo che la loro linea è
stata portata avanti con intelligenza, coerenza, pazienza e
determinazione. Accelerando nei momenti di sbandamento dei
sindacati, e cercando l'accordo nei momenti di particolare
tensione sociale.
I sindacati da parte loro, con i dovuti distinguo, non sono mai
riusciti, o mai voluto, opporsi alla logica della ricerca
costante della riduzione del costo del lavoro, come se questo
rappresentasse un problema anche per il movimento sindacale.
E' in questo miscuglio tra
determinazione padronale e mancanza di autonomia sindacale, in
un quadro di sostanziale stagnazione economica e aumento della
disoccupazione, che si sono approvate modifiche contrattuali e
legislative che progressivamente hanno fatto perdere al rapporto
di lavoro la caratteristica della stabilità, rendendolo prima
flessibile e in seguito precario.
Con la flessibilità è
stato possibile saturare il tempo di lavoro dei dipendenti, con
conseguenti aumento della produttività e riduzione del clup; con
la precarietà si è resa possibile l'interruzione del rapporto di
lavoro con conseguente drastica riduzione del costo.
Flessibilità sì,
precarietà no
Uno degli elementi di propaganda elettorale del centro-sinistra
è stato la lotta alla precarietà. il Prc ha addirittura proposto
l'abrogazione della legge Biagi (accontentandosi poi di una
mediazione al ribasso).
L'argomento della flessibilità non è mai stato toccato, se non
per operare un chiaro distinguo tra precarietà e flessibilità.
Secondo questo distinguo, la flessibilità (che in una fase
successiva è diventata anche "interaziendale") sarebbe buona ("l'abbiamo
voluta noi..." hanno sentenziato Prodi, Fassino, Rutelli e
compagnia) , perchè consentirebbe a un giovane che si avvicina
al mercato del lavoro di coglierne tutte le opportunità e di
crescere professionalmente. Sarebbe quindi (addirittura)
nell'interesse del lavoratore accettare la flessiblità.
Altra cosa sarebbe la precarietà, che "utilizzata così com'è"
renderebbe il giovane privo di speranze per il futuro, lo
ferebbe cadere in depressione, ecc... e quindi "occorre
ridurre il numero dei precari".
A prima vista queste
argomentazioni sembrerebbero dettate dal buo senso. Infatti per
un lavoratore dovrebbe essere "meglio" poter mantenere
il suo posto di lavoro stabilmente, anche in condizioni di
flessibilità e di iper-sfruttamento, "piuttosto che"
non sapere di che morte morire da lì a qualche mese.
In realtà però le cose non
stanno così; e le argomentazioni usate dai sostenitori del
lavoro flessibile (anche a sinistra) sono in realtà delle grosse
mistificazioni che nascondono la dura realtà e servono
esclusivamente a convincere i lavoratori ad accettare condizioni
di lavoro peggiori, a tutto vantaggio dei padroni.
Cosa comporta la
flessibilità
Quando un padrone parla di flessibilità intende una cosa molto
semplice: vuole ad esempio poter imporre ad un operaio che
lavora su un determinato impianto di intervenire anche nella
manutenzione dello stesso in caso di guasto; oppure ancora
imporre a un gruppo di operai che operano sullo stesso impianto
di attivarsi per sopperire all'assenza di un compagno
normalmente presente in organico al fine di garantire alla fine
della giornata la stessa produzione; o similmente accorpare
mansioni e farle eseguire da un numero ridotto di organici.
I nostri compagni sindacalisti ci spiegano però che in questo
modo il lavoratore che si rende disponibile a varie mansioni
cresce professionalmente parallelamente alla valorizzazione
della sua forza lavoro, diventando anche più forte sul piano
contrattuale; il problema però è che se il lavoratore impara un
nuovo lavoro crea le condizioni oggettive affinchè in
prospettiva non ci sia più bisogno di un altro lavoratore che
faccia il suo stesso lavoro. Questo significa che prima o poi
uno dei due verrà espulso dall'azienda e quello che resta dovrà
lavorare di più.
Sono tutte queste situazioni che solitamente i sindacati
gestiscono (nei momenti favorevoli) ottenendo contropartite
economiche, che però nei fatti vanno a legittimare e
successivamente stabilizzare delle situazioni che procederanno
inevitabilmente con un numero ridotto di personale.
Cosa comporta la precarietà
La precarietà di un rapporto di lavoro si verifica quando il
lavoratore, oltre alla data di assunzione conosce in aticipo
anche la data del licenziamento. E tanto più le due date sono
vicine, tanto più il rapporto di lavoro è precario. Quanto più i
periodi di lavoro a tempo determinato si susseguono tanto più la
precarietà diventa normalità.
Un lavoratore precario fortunato (cioè che non trascorre periodi
lunghi di inattività) è costretto spostamenti continui da un
posto di lavoro ad un altro con (spesso) conseguenti cambi
continui di mansione. Resta in un'azienda finchè c'è bisogno di
lui, dopo di che se ne deve andare.
Accade anche che un padrone assuma un lavoratore con contratto
"atipico" pur sapendo che di quel lavoratore in realtà ne avrà
bisogno stabilmente; in questo modo potrà liberarsene qualora il
soggetto si dimostri col tempo poco attivo o poco disponibile
alla sottomissione.
Si instaura nei fatti un rapporto di lavoro non di tipo
subbordinato, bensì di tipo schiavizzato.
Ma, al di là dell'evidente imbarbarimento insito nel lavoro
precario, in effeti il lavor precario altro non è che una forma
di flessibilità che non si risolve nella stessa azienda con uno
stesso padrone, ma si articola su diverse aziende e con diversi
padroni.
L'interesse dei
lavoratori
Per un lavoratore essere sottoposto a un lavoro flessibile o a
un lavoro precario, se andiamo a ben vedere, non vi è una grande
diferenza: con la flessibilità viene spostato da una postazione
di lavoro ad un'altra al fine di ottimizzare il suo
sfruttamento, e con la precarietà ugualmente viene spostato da
una postazione ad un'altra per essere sfruttato al meglio.
La diferenza sembrerebbe essere nel fatto che con la
flessibilità non vi è interruzione del rapporto di lavoro, cosa
che invece avviene con la precarietà.
Le cose però non stanno in questo modo. Anche con il lavoro
flessibile vi è, spesso, interruzione del rapporto di lavoro,
solo che queste interruzioni vengono coperte con periodi più o
meno lunghi di cassa integrazione pagata dalla collettività. Se
questa fosse prevista anche per i lavoratori precari ecco che le
differenze si annullerebbero quasi completamente.
Ecco perchè i padroni, i quali hanno ben compreso che il
problema è tutto lì (come pagare e chi deve pagare i precari
mentre non lavorano) insistono affinchè il governo si attivi per
approvare leggi che consentano l'estensione degli "ammortizzatori
sociali" anche a questi lavoratori.
Di fronte a queste argomentazioni non si è ancora visto un
governo (di destra o di sinistra) contestare alla radice questa
logica. Di solito mostra attenzione, annuisce e promette, e al
massimo solleva il problema del reperimento delle risorse.
Insomma, sfruttare adeguatamente i lavoratori facendoli stare
zitti ha un costo; il problema è quindi non se è giusto o
sbagliato accanirsi sui lavoratori, bensì su chi deve pagare il
prezzo della pace sociale.
Noi restiamo convinti che interesse dei lavoratori è battersi
non per avere delle contropartite in cambio di una disponibilità
a un più elevato livello di sfruttamento, ma per avere
condizioni di lavoro che contrastino l'inasprisrsi dello
sfruttamento.
Ed è questo che devono chiedere ai propri sindacati e partiti.
Che fare
Innanzi tutto occorre comprendere che la lotta contro lo
sfruttamento è nello stesso tempo lotta alla flessibilità e alla
precarietà nello stesso tempo, perchè, come abbiamo visto non vi
è una sostanziale differenza tra i due termini.
E' giusto sostenere che debba essere riproposta la centralità
del lavoro a tempo determinato; ma se immediatamente dopo si
sostiene (come fa il Governo Prodi) di volere "riformare"
la legge Biagi, di non volere toccare il Pacchetto Treu, di
voler riformare gli ammortizzatori sociali e, dulcis in fundo,
di voler dare più soldi, riducendo il cuneo fiscale a loro
favore (come a volerli risarcire), a quei padroni che assumono a
tempo indeterminato; in questo modo non si fa altro che fare
affermazioni di principio che non vengono seguite da atti
coerenti.
Si dice in pratica di voler difendere i lavoratori ma in realtà
si guarda alle compatibilità del sistema capitalista. E noi
sappiamo che le due cose non vanno d'accordo.
Ma, visto che da questo governo (come da quelli precedenti) non
c'è molto da aspettarsi, occorre che i lavoratori mantengano sui
posti di lavoro una grande attenzione e cerchino di vedere
l'evolversi delle situazioni che portano all'introduzione
subdola di elementi di flessibilità, magari con contropartite in
denaro, e porre immediatamente elementi di rigidità.
Occorre considerare i lavoratori precari uguali a qualsiasi
altro lavoratore, creadogli attorno la solidarietà di cui
abbisognano al fine di rendere stabile la loro situazione. Unire
con la solidarietà i lavoratori che il padrone divide con la
flessibilità e la precarietà.
Occorre in pratica ribaltare la logica della massimizzazione
dello sfruttamento partendo dal basso con atti che sembrano poco
significativi ma che in realtà sono gli unici in grado di
rendere inapplicabili le norme, e contrattuali e legislative,
operanti in materia.
Sono il silenzio, l'apatia, l'individualismo, la pratica della
monetizzazione del disagio, i "...ma sì intanto non cambia
niente..." i pilastri su cui poggia chi invece vuole far credere
ai lavoratori che è dalla loro parte, ma poi strizza l'occhio a
qualcun altro.