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Redditi senza politica
Gabriele Polo
Finalmente una buona
notizia: nessuna riforma delle pensioni in finanziaria. Salvo
smentite sempre possibili considerata la volubilità del nostro mondo
politico, il governo ha fatto sapere ai sindacati che la manovra,
di cui ballonzola ancora l'entità, non conterrà quelle «tracce
di riforma previdenziale» di cui si era a lungo parlato.
(in realtà non è proprio così. Se le pensioni usciranno dalla
finanziaria è già deciso comunque che sulle pensioni sarà aperto un
tavolo concertativo contestuale o immediatamente successivo alla
finanziaria .... quindi .... occhi aperti .., la partita non è
finita .. anzi - nota inserita dalla redazione del coordinamento Rsu)
Così il governo ieri ha annuciato che avremo una nuova «politica dei
redditi», in concreto che sarà riscritto il patto del luglio '93.
Per una singolare coincidenza, ciò avviene mentre il presidente del
consiglio e la sua maggioranza sono alle prese con l'affare Telecom
e litigano furiosamente con Tronchetti Provera - che si fa gli
affari suoi - sbattendo contro l'incontrollabilità dei mercanti,
esercitata in questo caso non su vecchie merci come automobili o
frigoriferi ma sulle strategiche «comunicazioni» (e informazioni,
che fanno opinione e per questa via politica in senso proprio). Il
lavoro, quello sì, è controllabile. Come insegna l'esperienza del
«patto del '93». Che pur presentandosi come attore della politica
dei redditi, non servì a difenderli o aumentarli, ma a contenerli,
preparando così l'era della precarietà di massa e diffondendo
un'inevitabile disponibilità a un lavoro purchessia (aumentando gli
orari, indebolendo le tutele, intensificando le fatiche). Che sia
questa l'unica strada dello sviluppo è ampiamente discutibile, ma è
certo che questa è l'unica via praticata dal capitalismo italiano.
Oltre a quella delle speculazioni e degli imbrogli che oggi portano
ai ferri corti Prodi e Tronchetti.
Andremo quindi a una riforma del luglio '93. E senza averne fatto un
bilancio credibile. Esaltandone solamente l'aspetto del controllo
sul lavoro, allo scopo di ridisegnare la mappa delle regole
contrattuali. E visto che da un paio d'anni batte forte la grancassa
del ridimensionamento del contratto nazionale, è prevedibile che
sarà proprio quest'ultimo (che per milioni di persone continua a
essere un istituto di garanzia) a farne le spese. Magari per
trasformarlo in una sorta di salario minimo, agganciato solo
all'inflazione programmata; e delegando alla contrattazione in
azienda (alcuni la vorrebbero sul territorio) la possibilità per un
lavoratore dipendente di guadagnare qualcosa in più. Peccato che
questo tipo di contrattazione la facciano in pochissimi, che la
rappresentanza sindacale diventerebbe sempre più aziendale e sempre
meno nazionale e che le divisioni aumenterebbero. Ma forse è proprio
questo che si vuole. Se a tutto ciò si aggiunge il fatto che
l'architrave della politica economica del governo Prodi, il «cuneo
fiscale», finirà per penalizzare la spesa sociale e il salario
indiretto, la discontinuità tra centrosinistra e centrodestra in
economia è tutta da misurare. A meno che non ci si accontenti di
quella costituita dagli affari cinesi e dell'inconcludente litigio
con Tronchetti Provera.
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