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Contratto nazionale nel mirino
Ricompare
la riforma del «modello contrattuale», con forti incentivi fiscali
per quello aziendale
Francesco
Piccioni
Torna il fantasma del luglio 1993: la
«politica dei redditi». Un fantasma minaccioso soprattutto per il
lavoro dipendente, che da allora in poi ha visto arretrare
sistematicamente i redditi propri, mentre quelli delle aziende
(profitti) e della speculazione (rendite) sono andate aumentando. Da
quel passaggio «concertativo», oltretutto, prese le mosse anche la
prima delle «riforme delle pensioni» (in peggio, naturalmente): la «Dini».
Eppure, come altre volte, il governo ha rianimato questo fantasma
abbigliandolo come un «venire incontro» alle posizioni del
sindacato. «Timeo Danaos et dona ferentes», ha pensato più di
qualcuno. Il più esplicito, in tal senso, è stato Giorgio Cremaschi,
segretario nazionale della Fiom e coordinatore della «Rete 28
aprile» della Cgil. «Mi sembra tutta una colossale mistificazione. O
si parla di una politica dei redditi che programma l'aumento del
potere d'acquisto, a partire dai contratti; oppure - come sono
convinto - si punta a ridurlo». Una riedizione del luglio '93,
insomma, «è coerente con la posizione di Padoa Schioppa, ma non può
essere accettata dalla Cgil».
Il primo sindacato nazionale, al di là delle dichiarazioni di
Epifani, è comunque più cauto. Si parla di «primo passo di un lungo
percorso», in attesa dei tavoli sullo sviluppo economico (martedì
prossimo) e sul welfare (la settimana dopo). Carte coperte da parte
del governo, al punto che di finanziaria, ieri - giurano tutti - non
si è neppure parlato. E allora quando?
La partita della «politica dei redditi» gira però inevitabilmente
intorno al nodo della «riforma della contrattazione». La posizione
di Confindustria è nota: va «ridotto il peso» (leggi: il grado di
copertura salariale e normativa) del livello nazionale, mentre molto
più spazio andrebbe dato alla contrattazione aziendale. La ragione è
facile da capire: in un tessuto imprenditoriale fatto quasi soltanto
di piccole e medie imprese, le possibilità di difesa dei lavoratori
sarebbero praticamente ridotte a zero. Fino alla contrattazione
individuale, a un passo dal caporalato. Nei fatti, però - è
l'argomento più volte opposto dai sindacati, in sede di discussione
- sono proprio le imprese a non «contrattare» localmente,
ritenendosi già troppo tartassate dalla contrattazione nazionale.
L'ex sottosegretario al lavoro del governo Berlusconi, il pasdaran
antisindacale Maurizio Sacconi, aveva perciò lanciato l'idea di
detassare completamente i contratti aziendali, per incentivare le
imprese a prediligerlo. La Cisl, oggi, l'ha tradotta in una propria
proposta che - spiega il segretario confederale Giorgio Santini
-«non sarebbe una riforma della contrazione, ma solo una riforma del
patto del '93, che già prevedeva il doppio livello». Più in
dettaglio, si parla di una «tassazione forfettaria, in aliquota
fissa, anziché progressiva». Un modo di creare «obiettivi condivisi
tra aziende e lavoratori, che si vedrebbero entrare più soldi in
busta paga». La Cisl la porterà già lunedì alla riunione dei
direttivi unitari dei sindacati confederali, ovviamente sperando in
un'«accoglienza positiva».
Un turbinare di proposte che lascia freddo Gianni Rianldini,
segretario generale della Fiom e riferimento di un'ampia area
all'interno della Cgil. «Se c'è un tavolo per discutere di politica
dei redditi e della questione del modello contrattuale - che è
strategica - dico che il sindacato deve formulare una proposta
unitaria e sottoporla all'approvazione dei lavoratori. Fu fatto
anche nel '93». L'attuale «modo di procedere» gli sembra «un po'
assurdo; che fine fa il discorso di Visco sul recupero del fiscal
drag?».
Il governo non sembra ancora in grado di avanzare un'idea chiara e
condivisa al proprio interno. Enrico Letta, sottosegretario alla
presidenza del consiglio che ieri faceva le veci di Prodi, ammetteva
che rispetto al '93 sono diminuite le possibilità dell'esecutivo di
influire sulle tariffe o sulle politiche degli enti locali. Ha
insomma «meno da offrire». Sulle pensioni lo scontro viene
diplomaticamente rinviato. Idem sul pubblico impiego. La riduzione
del «cuneo fiscale» solo apparentemente può essere rivenduta come un
modo di incrementare il salario: in fondo si tratta di soldi che
appaiono in busta paga solo a patto di sparire dal lato contributivo
(e una parte finirebbe addirittura nelle tasche delle aziende). Sarà
pure solo un «primo passo», ma la direzione non sembra delle più
promettenti.
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