Il '93 riscritto dal governo
Carla Casalini

Che significa per il ministro dell'economia Tommaso Padoa Schioppa «riscrivere l'accordo del '93 con l'obiettivo di rilanciare crescita e competitività», come ha dichiarato ieri nell'incontro con le parti sociali? Sarà prima di tutto il caso di ricordare che cosa fu quell'accordo di vertice fra governo, padroni e sindacati, che ha segnato per più di un decennio pratiche e conflitti contrattuali nel rapporto tra capitale e lavoro, e non irrilevanti ricadute sociali.
Innazitutto il luglio '93 fu figlio del luglio precedente, quell'accordo centralizzato che al 31 del mese, nel '92 - anno della stangata da 90 mila miliardi di lire della finanziaria del governo Amato - riuscì a fare accettare ai sindacati di cancellare in un sol giorno la scala mobile, tagliare le pensioni, e sottoscrivere un blocco contrattuale che sospendeva la contrattazione sia nazionale che aziendale (questo il fatto, o misfatto,che avvenne - al di qua di ogni interpretazione o giudizio - tanto che in quell'accordo del '92 fu riconosciuto che occorreva un «risarcimento» ai lavoratori per ciò che veniva loro tolto: e fu la misera cifra di 25 mila lire a coprire tutto, dall'eliminazione della scala mobile alla sospensione dei contratti).
Da qui nacque l'accordo del '93: siglato il 3 luglio, firmato definitivamente il 23 perché prima fu lasciato spazio alla consultazione di lavoratrici e lavoratori da parte dei sindacati, partì dal disastro precedente ricostruendo un sistema contrattuale su quelle macerie.
Il '93, un accordo sulla «politica dei redditi», si diceva: il suo perno fu la moderazione salariale. Il governo avrebbe poi dovuto anche intervenire su prezzi e tariffe - in cambio del salasso ai salari - ma invece ne sortì un fiume di chiacchiere senza costrutto. (Ricordiamo anche un corollario, per chiarire ciò tutto che non si fece: c'era l'impegno a elevare le spese per la ricerca scientifica al 2% del Pil, ma come sappiamo, con governi di qualsivoglia colore la spesa per la ricerca non ha mai raggiunto più della metà di quella garantita nell''impegno' contratto in quell'accordo).
Il '93, un «nuovo» sistema contrattuale. Il suo nucleo era la fissazione di due livelli contrattuali, nazionale e aziendale, che formalizzò. Ma il perno del cntratto nazionale fu fissato sulla «inflazione programmata» - un parametro «finto», come si sa, fissato dai governi indipendentemente dal valore reale del costo della vita, del «potere d'acquisto» di salari e pensioni - tanto che quando il governo nazionale presentava il tasso d'inflazione italiano in sede di vertici europei, guarda caso la percentuale era sempre più alta di quella giocata in casa, come «parametro» per i contratti di lavoro.
Ma va detto che il testo del '93 conteneva anche una ambiguità: sul conteggio della «produttività» come parte dello stesso contratto nazionale, che non veniva menzionato, ma neppure escluso. Una ambiguità che ha portato a dieci anni di scontri contrattuali per i rinnovi nazionali dei metalmeccanici.
Viceversa, nell'accoro del '93 la contrattazione aziendale veniva formalizzata, e ben definita: sue materie dovevano essere la «produttività» e la «redditività» (ossia quanto si poteva succhiare dal lavoro, e quanto si mettevano in gioco i guadagni finanziari delle aziende).
Che cosa ha prodotto questo sistema nel corso di questi anni? Una grande redistribuzione della ricchezza a svantaggio dei salari. Perciò l'intento di Padoa Schioppa - basti ricordare il Dpef sulla necessità di «una stagione di moderazione salariale», quando già veniamo da una lunghissima stagione di salasso «salariale», è sciogliere le «ambiguità» del '93, svuotando il contratto nazionale ridotto al minimo, alla finta «inflazione programmata», e puntando sulla «produttività - ossia sull'ulteriore flessibilità di salari e orari.
Possibile che i sindacati accettino? Va detto che oggi, fra l'«euforia» del leader della Uil Angeletti, e la «prudenza» del segretario della Cgil Epifani, l'unica analisi critica motivata è venuta da Giorgio Cremaschi, dalla Fiom.