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Tagli e rigore: a volte ritornano
Giorgio Cremaschi
In una trasmissione televisiva di successo di qualche anno fa, un
simpatico personaggio si svegliava dopo venti anni di sonno. E
reagiva agli eventi degli anni Novanta con i tipici comportamenti
del militante comunista degli anni Settanta. Suscitando così amare
risate per i conseguenti e clamorosi equivoci. La campagna sul
rigore e sui tagli per lo sviluppo economico pare anch'essa il
frutto di un improvviso risveglio dagli anni ottanta. Come allora si
parla di riforme coraggiose e di conservatorismo corporativo.
Sindacati e sinistra neoliberista sono sotto accusa, perché incapaci
di capire che sviluppo e progresso vengono dal mercato e dalla
competizione.
Lo stesso ministro dell'Economia continua a ripetere che l'Italia è
in una situazione eguale o persino peggiore al 1992.
Insomma quindici anni e più sarebbero passati senza cambiare nulla.
E' così davvero oppure qualcuno non riesce ad aggiornarsi?
Agli inizi degli anni Novanta i lavoratori avevano ancora la tutela
della scala mobile, anche se ridimensionata dall'opera di Bettino
Craxi. L'unico rapporto di lavoro precario era quello dei contratti
di formazione e lavoro e gli orari flessibili erano ancora
un'eccezione. Il sistema pensionistico garantiva ai dipendenti
privati la pensione con 35 anni di contributi al 70% dello stipendio
e ai pubblici addirittura dopo venti anni. Le donne potevano andare
in pensione a 55 anni con 15 anni di contributi. Il sistema
sanitario pubblico subiva si gli assalti di tangentopoli, ma
garantiva tali eccellenze per cui Gianni Agnelli, se malato, si
ricoverava alle Molinette di Torino. La distribuzione del reddito
vedeva i salari prendersi la fetta più importante mentre le
differenze territoriali tra nord e sud, tra sviluppo e crisi erano
molto inferiori ad oggi. Il sistema industriale, già in difficoltà,
era caratterizzato dalla presenza di un insieme di grandi imprese
pubbliche, molte ad alta tecnologia. L'Olivetti era ancora una
grande azienda informatica e non una sigla vuota, utilizzata solo
per organizzare le scalate a Telecom. Le banche e i principali
servizi erano in mano pubblica e non costavano di più, né
funzionavano peggio di oggi che sono in mano ai privati ed esposti
alle scalate delle multinazionali. Il mondo economico e sociale
della fine degli anni Ottanta corrispondeva effettivamente a quanto
l'offensiva liberista voleva combattere. E infatti in quindici anni
tutto è cambiato. Per parlare solo delle pensioni, con quattro
riforme e una quarantina di interventi legislativi ben 300mila
miliardi delle vecchie lire sono stati “risparmiati”. I salari sono
precipitati verso il basso e la ricchezza è vorticosamente salita
verso l'alto. L'inflazione è crollata e così pure l'andamento
effettivo della spesa pubblica, i cui attivi servono solo per pagare
gli interessi sul debito. Insomma rigore, austerità, privatizzazioni
hanno colpito profondamente la grande maggioranza della popolazione.
E, nonostante questo, il sistema è diventato sempre meno
competitivo.
Ragione e buonsenso vorrebbero allora che, visti i risultati di
tanti anni di politiche liberiste, si cominciasse a ragionare di
altre scelte. O che, almeno, il dibattito sulle scelte economiche
migliori per il paese avesse inizio da una comune presa d'atto di
quanto effettivamente accaduto. E invece no, allo stesso modo del
simpatico militante che si sveglia dal lungo sonno, si rilanciano le
riforme liberiste. Come se niente fosse avvenuto. Le stesse
divisione e polemiche sul fronte riformista non sono sugli
obiettivi, ma solo sui mezzi. Monti e Giavazzi accusano il ministro
dell'Economia di essere troppo morbido e concertativo e egli
risponde che si possono ottenere gli stessi obiettivi della signora
Tatcher senza il conflitto sociale che si scatenò con i minatori.
Anche il ministro non riesce ad andare oltre gli anni Ottanta. Ma
perché il dibattito economico si è congelato nel passato ignorando
la realtà? Le ragioni sono diverse. La prima è quella che ci
chiariscono in un loro lucido intervento su Liberazione Augusto
Graziani e Riccardo Realfonso. Essi ci spiegano che la continuità
delle politiche liberiste è inevitabile se non si sceglie un'altra
politica economica fondata su altri paradigmi.
La stessa “spalmatura” su due anni dei costi della finanziaria, può
non bastare, se viene intesa solo come un modo per limitare i danni
e non come l'avvio di un'altra politica economica. Una politica
economica che intrecci la redistribuzione della ricchezza,
l'intervento pubblico, la programmazione economica. E che proponga
priorità diverse da quelle che hanno animato le scelte liberiste
degli ultimi quindici-venti anni.
Ma c'è una seconda ragione che spiega le difficoltà del cambiamento.
Essa viene dalle tendenze della politica italiana. Durante la
campagna elettorale il centrosinistra aveva dato l'impressione di
voler davvero cambiare e su queste basi aveva raccolto consenso. Ma
i poteri economici e culturali hanno progressivamente determinato
l'agenda della discussione nelle componenti principali dello
schieramento di Governo. La competizione per il partito democratico
fa riaprire una gara tra chi è più coerentemente liberista e sposta
così anche il baricentro delle scelte del governo. Paradossalmente
questo avviene proprio quando il liberismo di sinistra entra in
crisi nel paese che più l'ha praticato, la Gran Bretagna di Blair.
Ma in questo paradosso troviamo la terza ragione che spiega il
permanere di un'agenda liberista al centro della politica economica
italiana: l'assenza da troppo tempo di grandi movimenti sociali.
Questo è il nodo centrale. Lo stesso ministro dell'Economia, sempre
sul Corriere,riconosce che le politiche economiche di oggi non
possono più essere quelle di quindici anni fa. In tanti parlano
della priorità della ricerca e dell'innovazione. Persino
l'intervento pubblico nell'economia non è più così vituperato. E
però, quando si va nel concreto, quando si tratta di agire sulle
spese e sulle risorse, allora tornano i vecchi discorsi. Il lavoro
ridiventa un costo e lo stato sociale un eccesso. Insomma quando si
deve agire si torna agli anni Ottanta. Solo il movimento può
cambiare le cose e costringere l'agenda della politica italiana a
scegliere delle priorità diverse da quelle dettate dall'inerzia
liberista. Il primo importante atto per modificare questa agenda è
la manifestazione contro la precarietà decisa da
sindacati,movimenti,associazioni, per il 4 novembre. Se davvero
riprenderemo a farci sentire, essi saranno costretti a svegliarsi.
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