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Di pensioni, reddito, follie
Carla
Casalini
La confusione
appare massima in questo inizio d'autunno, alla vigilia del varo
della legge finanziaria, la situazione non eccellente: scompaginata
sembra soprattutto la sinistra in tutte le sue articolazioni, noi
compresi, per la semplice ragione che ora al governo c'è un'alleanza
di centro sinistra, che riesce ogni volta a produrre ricatti
e autocensure, tanto più in questo frangente, dopo una vittoria
elettorale risicata e nell'eco ancora incombente del precedente
esperimento, e incubo, berlusconiano.
Eppure il leader della coalizione oggi al governo non era stato
parco di avvertimenti sulle intenzioni future già in campagna
elettorale: Prodi ha posto subito tra i cavalli di battaglia il
«taglio di 5 punti del cuneo fiscale». Un segno inequivocabile,
giacché «cuneo» vuol dire taglio del costo del lavoro. Perciò
cavarsela oggi con l'addossare ogni possibile nequizia al ministro
dal truce linguaggio Padoa Schioppa, appare piuttosto un'ingenuità.
E oggi, guarda caso, oltre al costo del lavoro sono subito prese di
mira le pensioni: vanno di nuovo colpite - anche qui lo scontro è su
come e quanto, più o menobrutalmente - sebbene in tutti gli anni '90
non si sia fatto altro che sforbiciarle, con qualunque governo - e
la programmazione che avrebbe contraddistinto Ciampi, nella
rievocazione di Laura Pennacchi, intanto si pose l'obiettivo
immmediato di toccare vigorosamente la previdenza (quanto
alla cavalcata per essere ammessi nel salotto buono dell'euro, c'è
da chiedersi quanto ha pagato il Mezzogiorno a questo scopo).
In premessa ci sarebbe oggi da porre solo una domanda semplice:
perché si parla di pensioni alla vigilia del varo della finanziaria?
Sfoltiti gli orpelli di sapore antropologico e sociologico con cui
si disputa di «speranza di vita» che cresce, con malcelato e
stupefacente rammarico - la sostanza è persin banale: si parla di
pensioni alla vigilia della finanziaria per nessun'altra ragione che
quella di «fare cassa» colpendo di nuovo il reddito per lo più assai
magro, e decrescente, che ne traggono «i lavoratori».
Se i sindacati avessero un qualche sussulto di resipiscenza, non c'è
dubbio che dovrebbero allestire ogni strumento, fino allo sciopero
generale, per impedire che la finanziaria si doti di simili
obiettivi: intervento sulle pensioni, così come tagli alla sanità,
alla spesa sociale. Sarebbe una tragedia uno sciopero contro le
tentazioni di un governo di centro sinistra? - o non
piuttosto la capacità di farlo «riflettere» e desistere da strade
impervie e controproducenti. Resta che il sindacato appare afono di
analisi sulla questione più generale del cambiamento della struttura
e delle condizioni del lavoro. Né aiutano in questo senso le analisi
pur perspicue avanzate a sinistra dai teorici del reddito di
cittadinanza, quando alcuni di loro assumono ideologicamente il
«lavoro intermittente» (altrui),quasi fosse una condizione felice di
tutti «i giovani», contrapponendolo al lavoro degli «altri»,
senza fare una grinza di fronte a tagli come quelli del «cuneo
fiscale»: si sa che nel «cuneo» ci sono contributi oltre che per le
pensioni, per la disoccupazione, la malattia, la maternità?; si
pensa dunque che il profitto possa andare esente da qualunque
taglio in favore dei diritti sociali? Ma allora, di quale
«reddito di cittadinanza» si parla?
Un solo accenno all'altra questione che appassiona: una politica di
«deficit spending» o no? Senza disturbare l'astratta
contrapposizione tra neokeynesiani e non, basti ricordare,
concretamente, che nel diktat europeo a rientrare nei vincoli di
Maastricht, deficit e debito sono vici «neutrali», indifferenti a
che si tratti di spese sociali o di spese in armi.
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