| |
Andare in pensione a 57 anni, (dopo 35 anni di lavoro
aggiungiamo noi) per D’Alema è “aberrante”! Viene da
chiedersi se sia l’aria che molti politici respirano nel
Palazzo (Chigi, Montecitorio, Farnesina ecc.) a produrre
dichiarazioni, queste sì, così “aberranti”!
Una simile affermazione, in bocca a Berlusconi, avrebbe
suscitato un coro di critiche scandalizzate da parte
dell’allora opposizione di centro-sinistra e sarebbe
state derubricata tra le tante provocatorie “sparate”
del cantante di Mediaset prestato alla politica. In
bocca a D’Alema è passata quasi in sordina ma ciò non
toglie che si tratti di una affermazione incredibile
oltre che provocatoria che misura la distanza tra il
Palazzo e la fabbrica o l’ospedale piuttosto che la casa
di riposo per non dire la miniera! Insomma la distanza
tra chi lavora come dipendente per 1000 o pochi più euro
al mese e chi fa un lavoro (??) che gli piace e che
viene retribuito lautamente come per esempio un ministro
degli Esteri. Che D’Alema possa continuare a fare oltre
gli ottant’anni quello che ha fatto fino ad ora
(elettori ed elettrici permettendo) non ci scandalizza.
E’ noto che ai tempi dell’Università non fosse certo un
“secchione” e che la carriera politica intrapresa
successivamente certo non gli ha richiesto sforzi fisici
particolarmente gravosi. Mentalmente forse ne ha
risentito un po’ si potrebbe commentare, a giudicare
dall’affermazione fatta, ma quello che ci interessa qui
ed ora è altro.
Per esempio vogliamo dire “senza ritegno”, parafrasando
Gaber, che 35 anni di lavoro in una vita sono fin troppi
soprattutto se fatti in fonderia piuttosto che in una di
quelle fabbrichette senza alcuna tutela sindacale dove
il padrone ti punta tutto il giorno come un segugio in
attesa di poterti riprendere perché ti sei soffiato il
naso una volta di troppo perdendo secondi preziosi.
E’ da oltre un decennio che si parla di lavori usuranti
senza mai definirli e di separazione tra assistenza e
previdenza senza mai farla e nel frattempo siamo
arrivati al famigerato “gradone” che da programma
elettorale dell’Unione andava abolito e punto e che ora
andrebbe “alleggerito” attraverso la penalizzazione di
chi vorrebbe andare in pensione a “soli” 57 anni!
Il “compagno” D’Alema per cercare di “bilanciare” la sua
“aberrante” affermazione prosegue dicendo: “che i veri
grandi problemi sociali del sistema previdenziale
italiano sono le pensioni minime e le pensioni di quelli
che oggi hanno 20 o 30 anni, i quali col cavolo che
potranno andare in pensione a 57 anni. E quando ci
andranno a 65 anni avranno pensioni più basse di quelli
che oggi ci vanno a 57 anni”. Ebbene sì, siccome non
abbiamo prevenzioni di principio vogliamo riconoscere a
D’Alema che su questo ha ragione. Ma a questo proposito
che cosa propone? Non certo di abrogare il sistema di
calcolo retributivo introdotto dal super-pensionato e
allora Primo Ministro Dini che ha prodotto la famosa
“spaccatura” tra giovani e anziani. Non certo
l’innalzamento delle pensioni minime visto che il
capitolo “previdenza”, in Finanziaria o in differita,
sta nella colonna dei tagli piuttosto che in quella
delle “uscite”. Non certo l’abolizione delle cococo e
cocopro con cui si è legalizzata una enorme “evasione
contributiva” di padroni e amministrazioni pubbliche
facendo passare per liberi professionisti lavoratori
“subordinati” a tutti gli effetti. Non certo
l’abolizione della Bossi-Fini per quanto riguarda il
legame tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno
che anzi viene riproposto come strumento di “controllo”
padronale dei flussi migratori con tutto il suo portato
di ricattabilità e sfruttamento che consente ai datori
di lavoro di far lavorare gli immigrati anche 60 ore
alla settimana pagandone loro meno della metà. Il resto,
se va bene, finisce in un “nero” fuori busta, esentasse
e senza versamenti contributivi. E acqua in bocca se no
perdi il lavoro e il “diritto” a rimanere nel nostro
Paese.
Insomma niente di nuovo sotto il sole… La fragilità del
Governo Prodi e della sua maggioranza, a nostro parere,
ha solo una possibilità di restare in sella: allargare
il suo consenso sociale oltre quello elettorale
registrato nelle scorse elezioni. Ma per fare ciò
occorre una svolta vera nelle scelte di politica
economica e sociale: far pagare chi non ha mai pagato,
colpire le rendite e i profitti di quelli che in questi
anni si sono arricchiti, ridistribuire la ricchezza
prodotta alla maggioranza della popolazione, quella che
vive di lavoro dipendente o con una pensione minima o
poco più, che in questi anni ha visto una progressiva
perdita di potere d’acquisto del proprio reddito e che
ha dovuto tirare ulteriormente la cinghia.
Diversamente che differenza ci sarebbe tra un governo di
centro-destra e uno di centro-sinistra?
Sin Cobas
|