Il governo Prodi sbaglia le priorità sulle pensioni
Felice Roberto Pizzuti
Negli ultimi tempi, l'attenzione si sta soffermando con molto allarmismo (che spesso fa rima con rigorismo e conformismo ideologico) sugli effetti dell'allungamento della vita media sui conti previdenziali, e s'insiste molto sulla necessità di aumentare l'età di ritiro dal lavoro. In effetti, a parità di altre circostanze, l'aumento dell'età di pensionamento avrebbe il doppio pregio di ridurre i beneficiari dei trasferimenti previdenziali e di aumentare il numero dei potenziali produttori del reddito cui si attinge per finanziarli. Di per sé, si tratta di una considerazione ovvia che, tuttavia, si presta ad usi strumentali (come spesso accade) se non viene contestualizzata.
La divisione del tempo di vita tra i periodi di formazione, di lavoro e di pensionamento richiama tematiche complesse e di varia natura; ma anche limitando drasticamente il campo d'analisi, la valutazione di quell'ovvietà non può ignorare altre circostanze reali. Nel nostro paese, le riforme pensionistiche dell'ultimo decennio, specialmente in considerazione dell'andamento demografico (che non è una novità dell'ultim'ora), hanno già provveduto a ridurre l'andamento delle prestazioni pensionistiche; e con risultati, sia già realizzati sia previsti, maggiori rispetto agli obiettivi iniziali. Tuttavia, tutti sanno anche (o dovrebbero sapere) che, con l'assetto attuale, ci stiamo avviando verso una situazione di generalizzata inadeguatezza della copertura pensionistica: andando in pensione a 60 anni con 35 di anzianità, i lavoratori parasubordinati matureranno una copertura pari a meno del 30% dell'ultima retribuzione, mentre i lavoratori dipendenti non arriveranno al 50%. La soluzione di fondo a questo problema (e a molti altri) sta nell'aumento della crescita del reddito, ovvero del numero degli occupati e/o della produttività. Attualmente in Italia la disoccupazione ufficiale è di circa l'8%, ma in realtà molte persone nemmeno provano a cercare un'occupazione che non c'è; comunque, i nostri tassi di attività sono tra i più bassi nei paesi sviluppati. In questo contesto, forzare il prolungamento dell'attività di chi vorrebbe smettere, equivale a precludere l'impiego ai giovani che invece vorrebbero lavorare, con il risultato di ostacolare il ringiovanimento degli occupati (oltre a quanto già non faccia la demografia), la crescita della produttività e la possibilità di assecondare l'auspicabile rinnovamento del sistema produttivo. La necessità di ammodernare il nostro sistema produttivo viene da tutti ammessa, e se si parla di pubblica amministrazione, molti sostengono l'opportunità di anticipare l'età di pensionamento (i più «rigorosi» optano per il licenziamento mediante decimazione). La contraddizione tra le due posizioni smette di essere tale solo se non si fa più nemmeno finta di considerare le riforme come il percorso obbligato per invertire il nostro declino e, invece, si rimane abbarbicati all'ottica ragionieristica dei tagli di breve periodo. Infatti, se per i lavoratori privati il prolungamento dell'età di lavoro fa slittare anche l'onere per le loro pensioni, per i lavoratori pubblici il pensionamento anticipato (meglio ancora il licenziamento) costa meno che pagare loro lo stipendio. Ma da un punto di vista macroeconomico, come si è detto, per il settore privato il risultato è ridurre la produttività e la capacità d'innovazione, senza aumentare il numero di occupati; ciò è vero almeno fino a quando ci sarà disoccupazione - situazione che sarà comunque più difficile rimuovere se il nostro sistema produttivo rimane specializzato in settori «maturi» e insiste nel perseguire la competitività di prezzo, anziché di qualità, cercando di ridurre in tutti i modi il costo del lavoro, cioè i salari e il finanziamento delle prestazioni sociali. È anche poco comprensibile il perché si tenda a sottostimare (anche nei confronti di Bruxelles) il miglioramento strutturale del bilancio pubblico derivante dal vistoso miglioramento delle entrate fiscali e si voglia forzare l'entità della Legge finanziaria, sapendo che così si sottraggono risorse alla politica di sviluppo (che non è una scelta molto rigorosa). Rimane poi del tutto misterioso perché si continui a pensare che la ricordata inadeguatezza del nostro sistema pensionistico possa essere risolta trasferendo tutto o buona parte del Tfr ai fondi privati, la cui funzione diventerebbe sostitutiva e non complementare rispetto al sistema pubblico. Questa scelta determinerebbe un sensibile aggravio per il bilancio pubblico e determinerebbe il dirottamento all'estero (necessariamente più di quanto già avviene) di una consistente quota del risparmio nazionale affidato ai fondi, i quali non potrebbero che investirlo all'estero per la carenza d'offerta di titoli azionari delle nostre imprese che non si quotano in Borsa. Sarebbe invece molto più opportuno per il bilancio pubblico e per i lavoratori riconoscere a questi la facoltà di impiegare almeno una parte delle risorse attualmente destinabili solo ai fondi per aumentare la loro copertura nel sistema pubblico, che è anche quello che garantisce prestazioni più sicure. Se tutti i lavoratori utilizzassero in tal modo solo la metà di quelle risorse le loro pensioni aumenterebbero di circa il 10% dell'ultima retribuzione e le maggiori entrate contributive migliorerebbero per dieci anni di circa l'1% dei Pil il bilancio pubblico.