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Quel «riformismo» contro le pensioni
Alberto
Burgio *
Non è
cominciata affatto bene la discussione sulla Finanziaria. A
dimostrare la volontà di colpire il lavoro dipendente che purtroppo
anima ampi settori della maggioranza e del governo è in particolare
il tormentone sulle pensioni, tornato con prepotenza al centro del
dibattito politico. Dopo la minaccia (per nulla rientrata) di
ridurre le prestazioni del 6-7% per effetto della revisione dei
coefficienti di calcolo, è ora il turno dello scalone previsto nella
«riforma» Maroni. E qui c'è di che rimanere a dir poco sbalorditi.
Limitiamoci agli aspetti più rilevanti, cominciando da alcune
considerazioni di merito. L'on. Fassino, il vice-premier Rutelli e i
ministri Padoa-Schioppa e Damiano vanno ripetendo con mirabile
pervicacia che lo scalone va «addolcito» (cioè mantenuto, con
qualche modifica). Sfoggiando il piglio decisionista dei suoi
momenti migliori, il segretario dei Ds ricorre persino a toni
minacciosi. «O rimoduliamo lo scalone o, se non ci riusciamo,
dobbiamo tenercelo». Ma perché? Qual è la ragione di questa trovata?
Risposta: i conti in rosso dell'Inps (inesistenti) e l'allungamento
della vita. Che da una parte permette di prolungare di qualche anno
la durata della vita lavorativa, dall'altra rischia - restando le
cose come stanno - di determinare gravi squilibri al sistema. A dar
man forte al ragionamento ci ha pensato da ultimo il Corriere
della sera, pubblicando una tabella che mostra le previsioni di
aumento dell'età media di qui al 2026 e denunciando l'«insensata»
corsa alla pensione «in una società di centenari».
È la ben nota faccenda della «gobba». Ma - ammesso e non concesso
che si tratti di un discorso serio - la riforma Dini ha già fatto
ampiamente i conti con questa storia. Quanto all'Inps, anche i
bambini sanno che i conti della previdenza sono in forte attivo e
che il problema sta nell'impropria confluenza della spesa
assistenzale. Non solo. I giornali sparano in questi giorni cifre
allarmistiche di nuovi accessi alle pensioni di anzianità (67mila
circa). Ma dimenticano di dire che questa corsa alle pensioni -
prevedibile conseguenza del terrorismo governativo - è più che
compensata dall'iscrizione all'Inps di oltre 700mila nuovi
lavoratori migranti.
Ma il punto è un altro. Tutta questa gazzarra evita con cura di
chiamare in causa l'unico argomento pertinente in tema di pensioni:
il costante aumento della produttività del lavoro, che costituisce
il fondamento di qualsiasi sistema previdenziale. Ove mancasse
questo fattore dinamico (in virtù del quale la ricchezza complessiva
della società si accresce, nel corso del tempo, in misura del
tutto sproporzionata alla quantità di lavoro via via erogata),
nessun sistema pensionistico potrebbe esistere. Senonché, se si
parlasse di questo non si potrebbe rappresentare il sistema
pensionistico in forme statiche. Non si potrebbe sostenere che la
pensione altro non è che la restituzione delle somme accantonate dal
lavoratore nel corso della sua vita lavorativa (tutt'al più con
l'aggiunta di un modesto interesse). E quindi non si potrebbe
giustificare né la pretesa di farci lavorare di più, né la richiesta
di affiancare alla previdenza pubblica il business delle
pensioni integrative, su cui si scatenano gli appetiti di banche,
assicurazioni e fondi pensione.
Detto del merito, c'è poi una questione - non meno seria - di
metodo. Non solo il governo mostra di considerare una boutade
il programma dell'Unione (che prevede la revoca dello scalone).
Mostra anche di ritenere tutti noi un po' fessi. Damiano e lo stesso
Prodi giurano che si procederà «senza misure coercitive». Poi però
parlano di «disincentivi» per chi scegliesse di lasciare il lavoro a
57 anni. Negano di volere innalzare l'età pensionabile. Ma invece di
riferirsi alla soglia vigente (57 anni, appunto), ne evocano una
molto più alta (62). Davvero un bel modo di ragionare, non c'è che
dire!
La verità è che il governo sta dando pessima prova di pessime
intenzioni. Cosa pensa? Che lo spettro di Berlusconi lo autorizzi a
fare qualsiasi cosa, giocando ai bussolotti con gli impegni assunti?
Rifletta bene. Uno sciopero generale dopo quattro mesi sarebbe un
bel record per un governo di centrosinistra. E potrebbe anche
segnare un punto di non ritorno.
* parlamentare Prc
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