La previdenza del programma e quella del governo reale
P. A.
Tra il dire e il fare ci sono di mezzo le pensioni. Il governo Prodi rischia molto sul terreno previdenziale, anche perché dopo la «frenata» di Prodi, ieri il ministro per lo sviluppo, Pier Luigi Bersani, ha proposto un mezzo rilancio, dicendo che non si può escludere che nella finanziaria ci possano essere frammenti, o tracce di riforma delle pensioni. Il problema è capire di che cosa si tratta e soprattutto capire perché il governo insiste proprio sulle pensioni, in contraddizione con il Programma elettorale e si insiste proprio sulle pensioni dei lavoratori dipendenti che come hanno ricordato ieri sia Rossana Rossanda su il manifesto, sia Luciano Gallino (su Repubblica), sono gli unici ad avere davvero i conti a posto (e caso mai sopportano prezzi che non dipendono da loro: i costi dell'assistenza che dovrebbero essere attribuiti alla fiscalità generale e la cattiva gestione di altri fondi, come quello degli autonomi per esempio). I lavoratori dipendenti sono il settore della società italiana che ha sempre pagato in termini di sacrifici, a differenza di molti altri settori che sono rimasti imboscati in questi ultimi anni. Cerchiamo quindi di paroganare le promesse elettorali alle proposte concrete che girano in questi giorni.
L'altra settimana è circolata la voce che per superare il famoso «scalone» previsto per il 2008 dalla riforma Maroni (innalzamento di blocco dell'età pensionabile), si potrebbe portare l'età a 62 anni. La voce è stata attribuita al ministero del lavoro, ma in realtà proveniva dalla Ragioneria generale dello stato. Il ministro Damiano ha corretto il tiro, ma solo parzialmente: l'età potrebbe essere portata a 58 anni. Non si parla di 62, ma rispetto ai 57 anni attuali con 35 di contributi sarebbe sempre un innalzamento di un anno. Insieme alla proposta dei 58 anni (con 35 di contributi) si pensa anche alla chiusura di alcune (o di tutte) le finestre di uscita per le pensioni di anzianità già dal 2007. Il programma dell'Unione - al capitolo pensioni - dopo aver ricordato che non esiste più il problema della «gobba» e che il sistema previdenziale italiano sarà tra i più virtuosi in Europa nei prossimi anni (fino al 2050, con un leggero, provvisorio peggioramento intorno al 2030), proponeva di cancellare l'odioso scalone del 2008.
Sulla base di analisi molto serie basate sui documenti che il governo Berlusconi aveva presentato in Europa, gli estensori del programma dell'Unione proponevano: «Noi crediamo necessario intervenire con misure migliorative (il corsivo è nostro) e ri razionalizzazione dell'esistente: ribadire la necessità di attenersi alle linee fondamentali previste dalla riforma Dini...eliminare l'inaccettabile "gradino" e la riduzione delle finestre che innalzano bruscamente e in modo del tutto iniquo l'età pensionabile...affrontare il fenomeno dell'evasione contributiva con opportuni strumenti di controllo e accertamento, compreso un aumento organico degli ispettori del lavoro del Ministero e degli enti...per compensare la tendenza al ribasso dei trattamenti pensionistici, intervenire sull'adeguamento delle pensioni al costo della vita e approntare misure efficaci che accompagnino verso un graduale e volontario (anche questi corsivi sono nostri) innalzamento dell'età media di pensionamento.
Sempre nel programmone, si prendeva atto della tendenza all'aumento della vita media e del nuovo rapporto tra «tempo di vita» e «tempo di lavoro». Questi fenomeni produrranno un allungamento graduale della carriera lavorativa. Ma questo allungamento dovrà avere due carattestiche precise: dovra essere un fatto «fusiologico» e dovrà tenere conto del «diverso grado di
usura (neretto nostro) provocato dal lavoro. Si proponeva poi di tenere conto delle esperienze internazionali più avanzate, in particolare quelle che riguardano le «politiche per l'invecchiamento attivo». A pagina 169 del programma si parlava anche della necessità di rafforzare le pensioni più basse, magari riconsiderando «il sistema di indicizzazione delle pensioni». L'altro punto: la previdenza complementare. Che cosa rimarrà di tutto questo nella finanziaria o nei collegati? O peggio: si farà l'opposto di quel che si è promesso?