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Dow conferma la chiusura Per Marghera si spera
nell'Eni Petrolchimico La Dow non riaprirà il Tdi. Pressing di Bersani, sindacati ed enti locali sull'Eni: «Salvi Marghera e la chimica italiana» Manuela Cartosio La Dow Chemical lascia Porto Marghera. Questione di giorni, o di ore, e dalla casa madre in Michigan arriverà la ratifica ufficiale. Ma la decisione è già stata presa. L'hanno comunicata ieri mattina i vertici di Dow Italia al ministro dello sviluppo economico Bersani che aveva convocato a Roma l'azienda e i rappresentanti degli enti locali (Comune e della Provincia di Venezia, Regione Veneto). Incassato l'annuncio, le speranze degli amministratori locali (e dei lavoratori che intanto volantinavano al Lido, alla mostra del cinema) si sono concentrate sull'incontro pomeridiano tra Bersani e il presidente dell'Eni Paolo Scaroni. Dal cane a sei zampe - ancora al 30% di proprietà del Tesoro - sindacati, ministro e amministrazioni locali si aspettano il «salvataggio» del petrolchimico di Porto Marghera. Sono convinti (a ragione) che la chiusura del Tdi della Dow, dove 180 addetti producono toluendisocianato, per effetto domino trascinerà la chiusura degli altri impianti, anelli della catena del ciclo del cloro-soda. Ne va della chimica italiana, dicono, e bussano all'Eni, che l'ha abbandonata da un pezzo, per salvarla. Anzi, per trasformarla nella chimica «verde» del futuro, quella centrata sull'idrogeno, che non inquina l'ambiente e non ammazza gli operai. E' la classica carta di mezzanotte, la carta della disperazione. Lo diciamo senza tracotanza, avendo a cuore le migliaia posti di lavoro a rischio. Marghera andava ricovertita alla chimica fine e pulita almeno vent'anni fa. Invece, ci si è accaniti sulla chimica di base, sul cloro e sul cvm, si sono spremuti impianti obsoleti fino all'ultima goccia. Solo a queste condizioni è «utile» per le aziende restare a Marghera. Per riqualificare il petrolchimico occorrono forti investimenti. Di fronte a questa prospettiva, o in mancanza delle autorizzazioni ad alzare i volumi produttivi del ciclo del clorosoda, scappano. Un puro calcolo economico. E non si vede come la piccola Eni, tutta concentrata su gas e tubi, potrebbe fare il miracolo. Infatti, ieri non è uscito nulla di concreto dal faccia a faccia Bersani-Scaroni. Il ministro definisce l'incontro «utile», aggettivo cui si ricorre quando non si alza un chiodo, e rinvia il tutto a un prossimo vertice con l'Eni e le istituzioni locali. Il portavoce di Dow Italia, da parte sua, definisce «tosto» l'incontro con Bersani. Giustamente contrariaro per una chiusura che, pur non essendo un fulmine a ciel sereno, contrasta con gli impegni presi dalla multinazionale e offende per i modi spicci e sbrigativi. «La Dow non può lasciare Marghera come una camera d'albergo», aveva detto giorni fa il sindaco Cacciari. Invece, lo fa. Assicurando, bontà sua, che non chiuderà gli altri suoi otto impianti in Italia e che «tutelerà» i 180 dipendenti del Tdi di Marghera con «prepensionamenti, trasferimenti, soluzioni caso per caso». Dow ribadisce che lascia Marghera per «ragioni di bilancio», non per il «referendum postale» tra i residenti che all'80% hanno detto sì alla chiusura del ciclo del cloro soda. Il presidente della provincia di Venezia, Davide Zoggia, apprezza la «grande fermezza» del ministro Bersani per rilanciare la chimica a Marghera. «La chimica pulita, quella che ci piace», aggiunge. Oggi assemblea generale di tutti i lavorartori del petrolchimico. Alberto Morselli, segretario nazionale della Filcem-Cgil, bolla come «sbagliata e irrispettosa degli accordi sottoscritti» la decisione della Dow di chiudere. Invoca un tavolo e un piano nazionale per rilanciare la chimica e assicurare la continuità produttiva di Marghera. «Coivolgendo direttamente l'Eni», of course. |